mercoledì 4 marzo 2015

Il menù di pasqua di Animalisti FVG


Anche quest'anno, per una Pasqua veramente "buona" e nel rispetto di ogni essere vivente, vi proponiamo un gustosissimo menù elaborato da Alessandra, per i lettori golosi del nostro blog.

ANTIPASTO
SFORMATINI D'ORZO E CARCIOFI CON CREMA DI TOFU

Ingredienti
150 grammi di orzo perlato
2 porri
4 carciofi
1/2 bicchiere di vino bianco
100 grammi di tofu affumicato
50 grammi di pomodori secchi
500 ml di brodo vegetale
50 ml di panna di soia
1/2 cipolla
4 coppapasta
olio e.v.o.

Procedimento:
rosolare i porri dopo averli mondati e tagliati a rondelle, 
unendo il brodo vegetale per circa 15 minuti
aggiungere i carciofi tagliati a fettine
cuocerli per circa 10 minuti aggiustandoli di sale e di pepe
unire l'orzo perlato, sfumarlo con il vino bianco e cuocerlo aggiungendo il brodo vegetale come per la preparazione di un risotto
mantecare con 2 cucchiai di panna di soia e trasferire nei coppapasta
coprire i coppapasta con i pomodori secchi, possibilmente sott'olio
infornare per 12 minuti circa a 200 gradi
soffriggere mezza cipolla, unire il tofu tagliato a dadini
aggiustare di sale e unire la panna di soia
trasferire il composto nel mixer e frullare creando una crema
servire gli sformatini ricoprendoli di crema

PRIMO
CRESPELLE AGLI ASPARAGI VERDI

Ingredienti
per le crespelle:
100 grammi di farina "0"
125 ml di latte di soia
125 ml di acqua frizzante fredda
sale e pepe q.b.
olio e.v.o.

per la besciamella:
1 litro di latte (1/2 di soia e 1/2 di riso)
4 cucchiai di farina "0" o integrale
olio e.v.o.
noce moscata
sale q.b.

per il ripieno:
700 grammi di asparagi verdi
1 cipolla grande
sale e pepe q.b.
100 ml di brodo vegetale

Procedimento:
unire alla farina il latte e l'acqua frizzante, mescolare con una frusta facendo attenzione che non si formino grumi
aggiungere un filo d'olio in una padella, ricoprirla con uno strato sottile di pastella e cuocere la crespella 2 minuti da ciascun lato, girandola

preparare la besciamella versando la farina in una ciotola e unendo l'olio e.v.o.
lavorare il composto con una frusta sempre evitando che si formino grumi
scaldare il latte e man mano aggiungerlo al composto precedentemente preparato
aggiungere la noce moscata grattugiata (quantità secondo i gusti) e, mescolando, cuocere a fuoco basso per circa 15 minuti

tagliare sottilmente la cipolla e farla rosolare, unire gli asparagi tagliati a pezzetti
aggiustare di sale e pepe e farli soffriggere per circa 5 minuti
aggiungere il brodo vegetale e far cuocere per circa 10 minuti

riempire le crespelle con il ripieno di asparagi frullati grossolanamente o lasciati a pezzetti (a seconda dei gusti)
adagiare le crespelle su di uno strato di besciamella e ricoprirle ancora di besciamella
aggiungere dei semi di papavero per guarnire
infornare per 15/20 minuti a 200 gradi

SECONDO
TOFU FRITTO ALLA TROPEANA

Ingredienti
2 panetti di tofu (350 grammi circa)
4 cipolle grosse di tropea
olio di arachidi per friggere
olio e.v.o.
1/2 bicchiere di vino bianco
200 ml di brodo vegetale

Procedimento:
tagliare le cipolle a fettine e farle soffriggere con l'olio e.v.o.
sfumarle con il vino bianco, aggiustare di sale, coprire con il brodo vegetale e cuocere con il coperchio per 45 minuti a fuoco molto basso

tagliare i panetti di tofu a fette sottili e farle friggere, servendole ancora calde assieme alle cipolle stufate

DOLCE
CROSTATA DI MORE

Ingredienti
per la base:
300 grammi di farina (200 grammi di farina "0" e 100 di integrale)
150 grammi di olio di mais
120 grammi di zucchero di canna
60 grammi di latte di soia
1 cucchiaino da caffè di vaniglia in polvere
scorza grattugiata di 1 limone

per la guarnizione:
300 grammi di more
zucchero a velo

per il ripieno:
600 grammi di latte (400 di latte di soia e 200 di latte di riso)
1 cucchiaino da caffè di vaniglia in polvere
30 grammi di farina "0"
12 grammi di amido di mais
30 grammi di margarina vegetale
80 grammi di zucchero di canna
1/2 cucchiaino da té di curcuma
la scorza grattugiata di 1/2 limone

Procedimento:
per la base setacciare la farina, inserirla nel robot da cucina
aggiungere l'olio di mais, lo zucchero, la scorza del limone e fare amalgamare il tutto
aggiungere il latte e la vaniglia
lavorare l'impasto nel robot fino a quando si forma una palla
toglierla dal robot e metterla in frigo, ricoperta da una pellicola, per circa 40 minuti

in una ciotola diluire la farina, l'amido di mais e la curcuma coon 100 grammi di latte, mescolando bene per evitare che si formino grumi
sciogliere la margarina in un pentolino con 200 grammi di latte
aggiungere la vaniglia, il latte rimanente, lo zucchero e la scorza del limone
portare ad ebollizione
unire il composto precedente e, sempre mescolando, cuocere per 3 minuti
lasciar raffreddare

trascorsi i 40 minuti togliere la frolla dal frigo
stenderla con il mattarello ed adagiarla in una tortiera di 24 cm di diametro
porvi sopra dei fagioli secchi per evitare che la frolla si gonfi
cuocere in forno per 30 minuti a 170 gradi
lasciar raffreddare

riempire la frolla con la crema pasticciera raffreddata e guarnire con le more, spolverizzando con lo zucchero a velo

Animalisti FVG vi augura BUONA PASQUA

mercoledì 4 febbraio 2015

Il veganismo come scacco dell'animalismo - di Rodrigo Codermatz


I vegani inneggiano al trionfo perché l'ennesimo supermercato e ristorante in città ha aperto la sua linea vegana e organizza l'aperitivo vegan con passeggiata a piedi nudi sul prato e tuffo in piscina, perché nutrizionisti, biologi, specialisti dell'alimentazione, sportivi, pediatri e salutisti si interessano al mondo vegan, perché affiorano dappertutto serate, happy hour, cocktail, incontri con lo chef e l'esperto vegan, etc.
La moda è esplosa!
Altroché trionfo! Allarme rosso, invece!
Lasciamo pure che l'ingenuo vegano sia accecato dall'entusiasmo e dall'illusione che il mondo stia finalmente ascoltando e prendendo sul serio le sue “bizzarrie”.
In realtà ciò che sta trionfando e costituendosi velocemente sotto l'egida del sistema è un nuovo carattere sociale ben definito, un vero e proprio stereotipo atto a screditare le istanze più inquietanti e le ragioni più evolutive e progressiste che stanno alla radice di una scelta diet-etica vegan: istanze e ragioni che si prendono cura dell'animale non più come oggetto (intendendo per 'oggetto' il referente della sovranità) ma come l'altro-capace-di-soffrire-e-morire.
Oltre che al trionfo del vegano come consumatore inneggiamo quindi anche alla nascita e all'esplosione demografica di questo stereotipo, di questo essere robotico ben definito, che si fa strumento del sistema per rendere il cittadino ancora più sordo e cieco alla sofferenza animale, all'Inquietante.
E' triste constatare come, mezzi altamente mediatici quali la televisione, la stampa e il cinema siano asserviti al sistema nel “registrare e ridistribuire” questa immagine stereotipata del vegano per farne del business, mentre manchi quasi del tutto un'arte “libera” e di qualità che esprima seriamente e autenticamente la sensibilità animalista.
Il vegano è quindi un individuo paranoico-ossessivo seguace della subcultura e dell'immaginario popolare New Age, dell'esoterismo, delle filosofie orientali fino all'antroposofia, delle teorie di Nancy Ann Tappe, di Edgar Chayce, di Alice Bailey, un misantropo che si sente “escluso” con la mania dell'equosolidale, del biologico, del “rigorosamente naturale”, con una propensione a tutto ciò che è esotico e orientale e alla spiritualità. Il sistema gli dà il “benvenuto” preparandogli il suo “angolino” (una riserva) dove trastullarsi e compiere i suoi rituali; lo trasforma in moda, in status-symbol, in un dandy dal portafogli pieno che getta il suo fascino sulla massa che, come ha già notato Vance Packard,1 nell'idealizzazione della classe economicamente superiore, per prima cosa ne emulerà la dieta.
Il vegano come diversità diventa oggetto di tassonomia (il nominare è il primo atto di sovranità già nel mito di Adamo) e reso funzionale soprattutto, anzi, direi esclusivamente per la sua  scelta dietetica accanto al crudista, al fruttariano, al bretariano, al pescetariano, al locavoro, all'edenico, al flexetariano, al reducetariano, a quelle che vengono definite le “avanguardie” dell'alimentazione.
Ma la storia ci insegna che un'espressione sincera e spontanea di dissenso, di rigetto e di netto, violento e anche aggressivo rifiuto non verso un certo status economico ma, come scriveva Arthur Miller, verso l'ipocrisia di una certa società, dura pochi anni e quando viene denominata “avanguardia” è già riassorbita nel sistema con una certa sua precisa funzione.
Attraverso queste “avanguardie dell'alimentazione” il sistema permette e tollera le estremizzazioni, dà l'illusione del radicale, della novità assoluta, del rivoluzionario, dell'alternativo ma soprattutto depotenzia e relega in secondo piano l'Inquietante, lo rende provvisorio, una strada cieca che non porta a nulla, una semplice tappa a metà strada: dà nuovamente per scontato che il veganesimo sia esclusivamente una semplice scelta dietetica e salutista o di gusto: quante volte noi animalisti ci sentiamo dire – ma non sei diventato ancora crudista?- 
Il sistema ha creato questo percorso: da carnivoro a fruttariano, passando per il vegetarianismo, il veganismo e il crudismo; per il veganesimo come denuncia etica, come ascolto dell'Inquietante, non c'è più posto, è detronizzato definitivamente perché il crudismo e il fruttarianesimo non hanno più alcuna valenza etica.
Scelta dietetica, il veganesimo, accompagnata da una paranoica preoccupazione, ansia, inquietudine nevrotica di star male, di essere insani, denutriti, ossessione di giustificare e 'normalizzare', 'culturizzare' fare accettare e inserire nella normalità la propria cucina2 su cui il sistema fa leva per detronizzare e riassorbire le istanze animaliste: egli gioca la sua carta e tenta la neutralizzazione dell'Inquietante sul piano dell'alimentazione. 
Infatti c'è un netto, continuo e inesorabile riassorbimento di certo veganesimo nato dichiaratamente da seri e autentici intenti animalisti nel salutismo, nelle scienze dell'alimentazione, nella gastronomia, una certa deriva nell'estetismo perché questa è la lingua del sistema e, purtroppo, la nostra lingua madre che spesso ci tradisce mascherando o confondendo le nostre convinzioni più profonde, le nostre emozioni, le nostre sensazioni, le nostre motivazioni. Certo, potremmo usarla strategicamente per ammaliare l'uditorio e parlargli poi della sofferenza animale; ma la partita sarebbe un eterno pareggio e noi non saremmo che l'eco e la cassa di risonanza della metafisica del sistema centrata su l'Ego e la sua onnipotenza narcisistica e allucinatoria quale terreno fertile per una logica della sovranità.
Poi c'è un secondo aspetto di cui ho già parlato in Veganesimo e famiglia:3 presentarsi come vegani animalisti nella nostra società è problematico e spesso genera situazioni interpersonali disarmoniche, per usare un eufemismo, atmosfere tese, per non dire di vere e proprie situazioni di scontro aperto e di manifesta conflittualità e ostilità.
Il bisogno di sicurezza interpersonale, ossia la necessità fisiologica-culturale per entrambe le parti di rendere gestibile l'ansia nata da tali situazioni, apre una “zona franca” dove le parti patteggiano come dinnanzi ad un giudice di pace, si vengono incontro, smussano gli angoli e si accordano su provvisori e fragilissimi punti d'appoggio su cui tentare un possibile incontro, un goffo volo: è un concedere, senza convinzione, un minimo consenso come il sì che si dà al matto, un graziare.
Da qui molte forme di comportamento difensivo che portano a inconsapevoli e inconsci spostamenti del nucleo comunicativo, a omissioni, distorsioni, disattenzioni, a veri e propri deragliamenti e alabardate del pensiero e del discorso.
In un confronto interpersonale, passare inconsapevolmente dal più convinto animalismo al salutismo, magari con l'effetto involuto di pompare l'egotismo del nostro interlocutore, è quindi un rischio che sta sempre dietro l'angolo: è il modo più semplice di ricomporre la situazione interpersonale forse compromessa con l'esserci presentati come vegani per motivi animalisti. E' un esempio di un difensivo spostamento del nucleo comunicativo: si passa senza accorgersene a parlare del nostro benessere quando l'argomento che ci stava a cuore era la sofferenza e la morte animale.  
Così può succedere che l'intento animalista originario si dissolva in una metastasi di schegge impazzite di opinioni e cognizioni spesso disorientate e confuse, in una lotta intestina che porta al completo riassorbimento di ogni sua valenza critica e dialettica.
Questa tendenza, questa deriva del vegan-ismo sembra inevitabile, incontrollabile, è partita per la tangente, è centrifuga. Abbiamo parlato di moda ma questa non è che la ricezione e l'eco nella massa di questa preoccupazione e ansia nevrotica di star male che già a monte nasce come proiezione adesiva e mimetizzante del vegano nel contesto sociale.

Ma cos'è questa preoccupazione e ansia nevrotica di star male, di essere insani e denutriti che a mio parere spinge il vegan-ismo alla deriva, in alto mare, lontano dalla terra ferma dell'animalismo? Cosa è questa “presa” che il vegano offre al sistema?  Come abbiamo già analizzato in Veganesimo e famiglia, ogni gruppo minimo di confronto (quale può essere la famiglia, i colleghi, gli amici, i vicini, i conoscenti) tende, attraverso dinamiche transferali reiteranti la figura della persona più importante, a rafforzare e fissare quelle strutture di scambio che sono già state omologate e vissute come sicure ossia dov'è ridotta al minimo o per lo meno resa sopportabile la possibilità di uno stato ansioso. E poiché le figure e il contesto transferale appartengono al periodo dell'infanzia, le strutture e le dinamiche interpersonali rimarranno infantili e si ripeteranno uguali lungo tutta la nostra esistenza.
Il gruppo diviene così nexus ossia una situazione interpersonale di massima sicurezza e collusività, di massima corrispondenza e coincidenza dei suoi membri; visto dall'esterno, un vero e proprio complesso che presentandosi, in quanto forma, vera e propria fissazione di una tappa dello sviluppo psichico e, come attività, ripetizione spesso inadeguata davanti ad un certo tipo di esperienza che la trascende, spesso resta carente rispetto ad una situazione reale. Così viene stabilita una continuità psichica tra le generazioni che noi abbiamo definito cultura.4
Il nexus come gruppo-situazione interpersonale sicura è quindi pre-struttura e complesso in quanto ripete inconsciamente una realtà inadeguata invece di operare un'oggettivazione superiore.
Nella sua eccedenza di sicurezza e prevedibilità, di tranquillità e familiarità, il gruppo funge, per usare una metafora, da oggetto esterno ancora parziale con funzione di contenitore, da seno gabinetto in grado di espletare la sua funzione anaclitica di accogliere e contenere le proiezioni evacuative della parte del sé che sta ancora brancolando in uno stato indifferenziato di non-integrazione, disgregazione e dispersione.
Se il gruppo, come oggetto parziale, riceve ciò che il soggetto espelle (ansia), allo stesso tempo glielo restituisce in modo nutritivo (=sicuro, libero dall'ansia) configurandosi come seno. 
Il bisogno di sicurezza interpersonale, che risponde al bisogno di reperire un oggetto contenente da introiettare, ossia alla frenetica ricerca di un oggetto da introiettare capace di attirare l'attenzione (gratificare) e di essere quindi sperimentato seppur momentaneamente come qualcosa che tiene insieme le componenti del sé è, in questo senso, l'introiezione e l'identificazione proiettiva della funzione contenitiva del gruppo-seno: è pelle. 
Il bisogno di sicurezza interpersonale come pelle integra il sé e il proprio corpo: per questo possiamo affermare che, in sostanza, il nostro corpo è integrato dalla cultura (gruppo) e che senza la pelle come introiezione e vissuto della funzione contenitiva del gruppo, vivremmo in uno stato di non-integrazione (ansia), di disgregazione e dispersione corporea. La pelle è vissuto di essere-contenuto, sostenuto, abbracciato e cullato dal gruppo come situazione interpersonale sicura, mentre il mondo ci è presentato in un'immagine distorta della realtà, nell'immagine paratassica e ideologica di un giardino d'infanzia che va a rafforzare la nostra onnipotenza allucinatoria. 
La situazione interpersonale sicura come gruppo è il capezzolo in bocca in quanto oggetto contenente ideale che viene introiettato come pelle ossia come illusione onnipotente dell'unità madre-bambino “tutto bocca-tutto pancia” come primo nucleo organizzativo del sé e area di integrazione.
L'integrazione e l'organizzazione del sé avviene sulla base del bisogno di sicurezza interpersonale che si configura quindi come esoscheletro per aderire al gruppo come pelle comune.
In questa situazione non c'è possibilità di svezzamento; al contrario è il gruppo-seno  a risucchiare il sé: la situazione-interpersonale sicura e la società/sistema come enorme mammella invasiva è il capezzolo soffocante offerto alla bocca aperta dell'individuo che si caratterizza come eterno lattante fagocitante e in questo suo fagocitare aderisce al gruppo come pelle comune, come onnipotenza allucinatoria. L'invasività del seno diviene adesività e questa è la prima forma di dipendenza per l'individuo che per l'appunto, attraverso il gruppo-seno, aderisce alla società stessa nel suo carattere più proprio, il fagocitare.5
L'individuo risucchiato dal nexus-gruppo-seno è costantemente preoccupato di cadere in stato di disgrazia, di essere allontanato dalla mammella e di rimanere denutrito: il salutismo è l'aggrapparsi al seno e l'estetismo è l'aggraziarselo.

Nessuna moda in esplosione quindi: né quella vegana, né quella dell'arte culinaria con le vetrine delle librerie strapiene di libri di ricette e tutte le programmazioni televisive sature di chef e di rubriche di cucina: nessuna moda dietro ai corsi di cucina pubblicizzati per le strade e i super-eroi del nostro tempo i vari Gordon Ramsey, Joe Bastianich etc.; semplicemente il nostro totale aderire al carattere fagocitorio del sistema come risucchio depressionario del vuoto e la noia in cui  l'individuo medio cade quando non partecipa (=quando non adempie alla sua funzione seriale all'interno del gruppo sociale).
A questo punto è ben chiaro che, nell'esplodere trionfante di questo imperialismo salutista a cui fanno eco centinaia di social network sedicenti vegani (ossessionati dal cibo e dalla salute che limitano il loro animalismo e attivismo ai “mi piace” e a fasulli e inattendibili “parteciperò”) e un vero e proprio business di certificazioni (vegan-sì, vegan-no, vegan-sù, vegan-giù, vegan-questo, vegan-quello) così ipocrite e in malafede da garantire, dietro compenso, un prodotto finito ma non l'intero iter di produzione, in questa nuova realtà sociale in cui il meatless monday di Brian Kateman, in meno di dieci giorni, ha spillato dalle tasche dei “poppanti” ben 20 mila dollari, non c'è più posto per l'Inquietante e per il vero animalismo.
Se il sistema, la violenza e la logica sovrana comandano e governano attraverso il nome (nel nome del padre, in nome di Dio, del Re, in nome della legge, all'inizio c'era il Verbo e il Verbo era presso Dio, etc.) non ci resta altro che rifiutare o per lo meno non riconoscerci più, non farci più riassorbire dal nome, rifiutare la tassonomia.
E' più che evidente che il sistema è riuscito ad epurare il termine “vegano” da ogni valenza decostruttiva e imputante (in senso giuridico), da ogni istanza destabilizzante ed evoluzionista, da ogni senso critico e dialettico: l'ottimismo imperante tra i vegani ne è una prova; Rasmus Rahbek Simonsen scrive: “Non vedo, però, come e perché una 'fantasia' di speranza e di ottimismo possa mostrarci meglio la via verso un futuro finalmente queer rispetto a una negatività”.6 
Come ne è una prova la loro smania di rendere normale e “culturale” la dieta vegana negandone l'effettivo carattere perturbant o troublant o ancora queer, in quanto “foriero di eventi imprevedibili”.
Altrettanto è chiaro che il termine “vegano” sta sempre più connotando una realtà che sta tramutando in consumismo la lotta per la liberazione di ogni essere vivente, e che, in fondo, non è che una nuova forma di falso-bisogno quale prigione e schiavitù non solo dell'animale ma anche dell'uomo stesso. 
Animalisti! Oggi il termine “vegano” non denota più i nostri valori, non esprime più le nostre idee e convinzioni ma va a raggruppare e designare una fetta sempre più grande e in rapida crescita di persone dalle idee molto confuse, disinformate o malinformate per malafede o ingenuità, dalle opinioni e competenze dubbie; il nome ci sta stretto: il sistema ne ha fatto la nostra “acqua alla gola” e con esso ci tiene in scacco. Usciamo da questa impasse, scrolliamocelo di dosso e, facendo il gioco del sistema, riduciamolo alla nostra semplice scelta dietetica che può senz'altro essere anche quella di un salutista o di chiunque altro.
L'animalismo è una realtà che trascende il veganismo per cui questo non è che il punto di partenza non una tappa o il traguardo finale; quindi dobbiamo imparare a non voltarci più quando si parla di veganismo per non averne fradice le ossa, ma a tenere lo sguardo e l'udito sempre rivolto alla chiamata dell'Inquietante.

Rodrigo Codermatz


1 V. PACKARD, I persuasori occulti , 1957
2 RASMUS RAHBEK SIMONSEN, Manifesto Queer Vegan, 2014
R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014

4 J. LACAN, I complessi familiari, 1938
5 Eloquente il cortometraggio muto di EVHEN MAKAROV Prodanyi Apetyt,        UkrSSR 1928
6 
RASMUS RAHBEK SIMONSEN, Manifesto Queer Vegan, 2014


martedì 27 gennaio 2015

La merda come disvelamento - di Egon Botteghi



Ringraziamo Egon Botteghi per averci concesso la pubblicazione e la condivisione di questo bellissimo articolo, tratto da Antispecismo.net

“La merda come disvelamento”
come far cascare il velo di Maya dell'equitazione in una semplice mossa.

di Egon Botteghi

Al matematico devono fare orrore le mie elucubrazioni matematiche, infatti il suo addestramento lo ha sempre distolto dall'abbandonarsi a pensieri e dubbi, come quelli che sviluppo io.[...]egli ha conservato una forma di disgusto di fronte a queste cose come se fossero qualcosa di infantile. Cioè, io sviluppo tutti quei problemi che un bambino nell'apprendere l'aritmetica ecc. percepisce come difficoltà e che l'insegnamento reprime, senza risolverli. Io dico dunque a questi dubbi repressi: voi avete ragione, domandate pure, ed esigete una chiarificazione
(Ludwig Wittgenstein, Philosophische Grammatik)



Una volta Ludwig Wittgenstein affermò che le domande dei bambini sulla matematica, quelle domande che sembrano a noi adulti ingenue, fuori luogo e mal poste, sono invece le domande fondamentali che andrebbero ascoltate.

Questo mi riporta a quanto accade nell'interazione tra istruttore di equitazione ed allievi “alle prime armi”, a quanto accadeva anche a me al tempo in cui lavoravo entusiasticamente come istruttore di equitazione, passando le mie giornate nel rettangolo del campo ostacoli, tra aspiranti cavalieri ed amazzoni, grandi e piccoli, e cavalli che dovevano prestare il proprio corpo alla funzione del “far imparare”[1].

I bambini e le bambine, come anche le persone adulte, che nel loro status di insipienza momentanea regredivano allo status di infanti, mi ponevano infatti delle domande importanti sulle prassi e sugli strumenti che io gli stavo proponendo, delle perplessità e delle resistenze che sarebbe stato giusto ascoltare ed analizzare, a cui io però ero addestrato a rispondere prontamente, disinnescando la loro portata e placando la loro ansia di poter fare del male al cavallo.

La maggior parte delle persone, ed io fra queste, si avvicinano infatti all'equitazione per un interesse per l'animale cavallo, o per gli animali in genere, o per un generico desiderio di passare del tempo a “contatto con la natura”.

L'addestramento al dominio viene dopo.

Purtroppo l'equitazione ci viene presentata e proposta in risposta a questi interessi, come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come modo per essere vicino a questi animali.

Il cavallo è trasformato nell'animale da equitazione e chi pratica l'equitazione in amante degli animali, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia e sodalizio.

L'equitazione è l'arte di addestrare i cavalli all'ubbidienza e l'arte di tacitare le domande fondamentali che  molti esseri umani si pongono sul cosa stia veramente succedendo al cavallo nel momento che lo cavalco, e di quale siano le sue esigenze reali.

Una delle domande ricorrenti riguardava l'uso dell'imboccatura[2].

Moltissime persone rimanevano un po' sgomente all'idea che il cavallo dovesse indossare nella sua bocca questo pezzo di ferro, per poter essere da loro direzionato.

Spontanea insorgeva la domanda, spesso accompagnata con faces di disgusto e/o di apprensione: “Ma non fa male? Ma non sta scomodo?”

Io mi affrettavo a spiegare diligentemente che la bocca del cavallo non è uguale alla nostra (come se in questa domanda si celasse un errore di “antropomorfizzazione del cavallo o troppa immedesimazione), che quindi l'imboccatura trova il suo alloggiamento nelle barre, cioè in quella porzione della bocca del cavallo che è priva di denti e che quindi non causa il dolore che sentiremmo noi ad avere un pezzo di ferro che ci batte sui denti.

Poi insegnavo loro come far indossare l'imboccatura al cavallo, come mettergli un dito in bocca per indurlo ad aprirla.

Il passo successivo, per molte ore di insegnamento, era però poi quello di insistere ed insistere a dosare con molta attenzione la forza delle loro mani sull'imboccatura, perché poteva risultare molto dolorosa per il cavallo.

Insomma il problema non era lo strumento in se, ma imparare ad usarlo bene per non causare eccessivo dolore.

Ma quante ore di equitazione, e quante bocche di cavalli da scuola torturate per fare in modo che un cavaliere od un'amazzone acquisissero una buona mano?

In realtà il problema è proprio quello che faceva arretrare di disgusto alcuni neofiti e cioè l'imboccatura, perché il fatto che vada sistemata sulle barre, prive di denti, non toglie niente all'essenzialità del fatto che l'imboccatura sia uno strumento che provoca dolore, agendo mediante pressione proprio attraverso il contatto tra il metallo e l'osso.

Le barre sono infatti parte ossee con un margine affilato (con una sezione della stessa misura di un guscio d'uovo) coperte solo da un sottile strato di gengiva e dalle mucose della bocca. In corrispondenza delle barre l'osso della mandibola non è imbottito né in alcun modo protetto dal morso ed è esposto ai traumi come le creste tibiali dell'essere umano[3].

Ma la spiegazione che allora avevo confezionato serviva a tranquillizzarci tutti sul fatto che l'uso del morso non fosse un problema in sé, anche se era contro intuitiva.

Innanzitutto era rassicurante perché data dall'autorità indiscussa di quella situazione e cioè io, l'istruttore, la persona che in quel momento deteneva il controllo su tutti gli attori, cioè allievi e cavalli e poi perché ci vuole poco a tranquillizzarci quando una cosa proprio non siamo disposti a vederla.

Analoga la situazione con l'uso degli speroni.

Più difficile dissimulare il fatto che lo sperone esista apposta per provocare dolore al cavallo e quindi più articolata doveva  essere la risposta atta a far apparire comunque il cavaliere come un buon amico del cavallo, un binomio affiatato, come si dice in gergo.

Sullo sperone c'è addirittura un galateo dell'uso, per cui andrebbero tolti una volta scesi da cavallo, a meno di non essere un militare o un machissimo esponente della monta western, che va sempre in giro con gli speroni bene in vista sugli stivali.

Gli speroni poi in genere non si fanno indossare ai neofiti, ma solo alle persone che abbiamo acquisito una certa esperienza (ma se il cavallo è pigro si mette al bambino subito in mano una bella frusta!)

Gli speroni sono infatti degli strumenti di metallo (oggi anche in plastica), da applicare al tacco degli stivali, che terminano con varie forme, a secondo della severità (ci sono anche quelli che terminano con delle rotelle appuntite).

Servono, conficcandoli nei fianchi dei cavalli, come ausilio per indurli ad avanzare e spesso (ma anche qui il bon ton suggerirebbe di non farlo troppo in pubblico) vengono usati per impartire una vera e propria punizione.

A chi mi domandava se questi speroni non fossero troppo dolorosi per i cavalli, io rispondevo, anche qui, di non immaginare i fianchi dei cavalli delicati come i nostri e di non immaginare quindi di ricevere una gragnuola di colpi sulle costole, perché i fianchi dei cavalli sono meno sensibili.

Quanti cavalli ho invece visto fiaccati dagli speroni, con ferite aperte sui fianchi dalle punte delle rotelle, con il derma scollato tra muscolo e pelliccia in corrispondenza della zona di azione degli speroni e presi a speronate in qualsiasi circostanza (perché quando ci vuole ci vuole ed il cavaliere alla fine deve farsi ubbidire) che sia un campo prova, un campo ostacoli in una gara ufficiale o una simpatica passeggiata tra amici.

La domanda però che faceva emergere tutta la schizofrenia tra la mia condizione di cavaliere professionista ed animalista, era quella che le persone che mi riconoscevano appunto come amante degli animali da sempre, mi rivolgevano sul mio ingaggio all'ippodromo.

Nei dieci anni che ho infatti lavorato come artiere a cavallo negli ippodromi di corse al galoppo (ed un paio di anni anche in quelli al trotto), alcune persone che mi conoscevano bene, mi chiedevano  come potessi essere coinvolto, senza star male, in questo mondo così duro con i cavalli, e come potessi montare questi cavalli senza sentirmi responsabile per la loro sorte.

Allora io rispondevo che umani e cavalli condividevano lo stesso destino, cioè quello di lavorare per vivere e che la vita era dura per entrambi, sia per gli artieri che per i purosangue, ma che questi ultimi erano trattati con tutte le attenzioni (lettiera dei box altissima e pulita, iper nutriti, etc, etc...).


Ma quando i cavalli non erano, o non erano più, competitivi, che fine facevano?

E quanti cavalli ho visto infortunarsi ed essere abbattuti?

O infortunarsi nelle mani di un artiere violento?

E la vita a cui erano costretti, tra box e piste e gabbie di partenza, quale vita era per un erbivoro nomade e sociale?

Dopo anni di esperienza anch'io mi ero trasformato da amante dei cavalli in amante dell'equitazione, subendo questo slittamento in maniera abbastanza inconsapevole, e mi impegnavo a difendere questa pratica, che era il mondo in cui vivevo, con questa retorica mistificante in cui però credevo sinceramente, perché era l'attività che mi permetteva di passare la mia vita con questi animali e quindi soddisfare la mia esigenza originaria: stare in mezzo ai cavalli.

E' con una certa ironia della sorte che mi ritrovai così, ad un certo punto della mia vita, nel tentativo di approfondire sempre di più la mia conoscenza del cavallo e dell'arte dell'equitazione, a pagare soldi per essere costretto ad ascoltare quelle domande che molte persone mi avevano rivolto in precedenza gratuitamente.

Nal 2008 infatti partecipai ad uno stage di un istruttore francese, noto per essere un maestro accreditato nell'uso della Bitless Bridle, un finimento senza morso considerato cruelty free, inventato dal Dr Robert Cook che nel 2000 vinse, ad Equitana USA, l' Enterprise Award per “il finimento equino più innovativo”.

Certo di stare per incrementare la mia abilità nell'usare questo strumento ancora quasi sconosciuto in Italia, di cui la nostra era una delle poche scuole promotrici, presi Mirtillo, un cavallo con cui stavo lavorando, e partii.

Quello stage cambiò la mia vita in una maniera che non avrei mai immaginato.

Da quel giorno infatti non montai più a cavallo e se qualcuno me lo avesse detto prima avrei pensato che fosse completamente matto.

Quell'istruttore non era infatti lì con lo scopo che io credevo (anche se mi avevano avvertito che avremmo lavorato più a terra che a cavallo) ma con quello di metterci a nudo di fronte alle nostre responsabilità, di costringerci a guardare per farci cambiare paradigma.

Con un semplice gesto ci fece cadere dal naso gli occhiali con cui guardavamo al nostro mondo di bravi cavalieri e ci costrinse a chiamare le cose per nome.

Fu molto semplice per lui, perché in effetti ci fece vedere delle cose che tutti noi conoscevamo benissimo, senza però darci il modo di trovare delle giustificazioni.

La nostra lingua mistificatoria rimase muta.

Da francese qual'era, usò un bellissimo francesismo per spiegare quello che stava facendo con noi: “Io vi metto il naso nella merda, poi voi potete decidere anche di rimanerci, ma non potete dire che non è merda”.

Primo di quello stage avevo già fatto un lungo cammino per naturalizzare sempre di più la gestione dei cavalli che lavoravano con noi e per “eticizzare” l'equitazione che praticavamo.

Mi ero alla fine convinto a togliere i ferri ai cavalli; li facevamo vivere in compagnia in paddock [4] più ampi possibili, montavamo senza imboccatura e con una sella-non sella, per sentire meglio il corpo e le risposte del cavallo, ma in quel momento mi ridestai dal sonno dell'equitazione e capii che non c'era un modo giusto per fare una cosa sbagliata.

Il velo di Maya era caduto ed io mi sentivo nudo, spaesato, privato del mio mondo ma con la ferma volontà di non tornare indietro e di non nuocere più ai cavalli.

Tornai a casa e non senza angoscia e difficoltà smantellai la scuola di equitazione, ricevendo molte critiche da parenti, amici ed allievi e a poco a poco il maneggio si trasformò in un rifugio per animali da reddito.

Non sapevo se avrei resistito senza montare, un elemento che mi apparteneva come i pesci all'acqua.

Passai lunghi mesi nel paddock con i cavalli, limitandomi a guardare cosa facevano, cercando di conoscerli per come non avevo mai fatto, e qualcuno di loro, piano piano, si riavvicinò a me.

In quel periodo sognavo spesso di montare a cavallo, quasi che la mia nostalgia prendesse le ali di notte.

Un giorno mi ridestai da un sogno e decisi di scriverlo, perché vi era spiegata la ragione della mia promessa e del perché mi sembrerebbe di tradire un cavallo montandoci sopra:

“Un giorno, su di una strada, vidi venirmi incontro un cavallo ed un uomo che gli camminava a fianco.

Si trattava di un purosangue arabo e del suo orgogliosissimo padrone.

Il cavallo era stupendo, da lasciare senza fiato, con un pelo sauro che brillava al sole, il muso pieno di espressione, gli occhi neri che sembravano truccati ed era ricoperto di broccati e pietre preziose.

L'uomo aveva baffi scurissimi e si ergeva in tutta la sua altezza pieno di importanza.

Una volta arrivati di fronte a me si fermarono; sapendo che anch'io ero un cavaliere e che avevo vissuto una vita insieme ai cavalli, l'uomo mi rivolse la parola:

“Ammira i risultati a cui si può arrivare con il giusto addestramento, condotto nell'amore, nella conoscenza e nel rispetto di queste creature”:

Così i due mi omaggiarono di uno spettacolo per me mai visto.

Il cavallo, apparentemente libero e guidato solo da piccoli, ieratici gesti del conduttore, si esibì in una danza di salti, piroette, inchini da rimanere senza fiato.

Quello che quei due facevano insieme era senza precedenti e sfidava tutto quello che sino ad allora si era creduto sul rapporto tra uomo e cavallo.

Sembrava che avessero una reciproca fiducia illimitata e sopratutto che parlassero lo stesso linguaggio.

Fui pervaso da una ammirazione e da un invidia senza pari.

Quale cavaliere non vorrebbe capire e farsi capire così alla perfezione dal proprio animale?

Nel bel mezzo della mia estasi, alla fine dell'esibizione, fui però attirato da qualcosa dentro lo scuro degli occhi del cavallo, e ne fui quasi risucchiato.

Mi avvicinai allora alla sua testa perfetta e quello che vidi mi sconvolse.

Tristezza, profonda tristezza.

Il cavallo mi disse sommessamente, ma decisamente, che quello che avevo visto era uno spettacolo senza senso.


Allora udìì chiaramente “Liberami!”

“Per favore, liberami.

Io sono un  cavallo. Voglio correre se ne ho voglia, ma sopratutto voglio camminare con quelli della mia specie.

Voglio un branco con il quale spostarmi per brucare, per abbeverarmi nei fiumi e nelle pozze.

Voglio la pioggia che mi bagna, il sole che mi asciuga, il vento che mi fa tremare.

Voglio temere per i predatori, rilassarmi con i miei compagni, fremere per l'accoppiamento.

Non voglio l'oro sulla mia pelle, i vostri applausi per le mie impennati, le vostre punizioni per i miei sbagli.
Sono un cavallo, liberami.”


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[1]     L'espressione “navi scuola” che è usata per indicare molti cavalli da maneggio impiegati nelle scuole di equitazione mi ricorda la stessa espressione usata per le prostitute, il cui corpo era utilizzato per imparare il sesso e per consumare le prime esperienze. Espressione che viene utilizzata anche in riferimento ad alcune donne considerate di “facile arrembaggio”, con cui chiunque può consumare una esperienza sessuale. L'analogia tra impiego dei cavalli da scuola e uso dei corpi femminile nella prostituzione mi è stata riferita, come sensazione che creava un forte disagio ed un forte senso di ingiustizia, da diverse persone che hanno provato ad imparare ad andare a cavallo ed hanno quindi frequentato le scuole di equitazione.

[2]     L'imboccatura è un pezzo di ferro (ma può essere fatto anche di altro materiale o rivestito di altro materiale) che viene collocato nella bocca del cavallo e tenuto in posizione dalla testiera. Alle due estremità dell'imboccatura sono sistemate le redini, strisce di cuoio o di materiale sintetico, che vengono impugnate dal cavaliere o dal guidatore che impartisce gli ordini al cavallo.

[3]     Confronta anche Robert Cook, 2004


[4]     Recinti


giovedì 22 gennaio 2015

Domenica 01 febbraio 2015: Presidio al mattatoio di Cordenons (PN)


In tutto il mondo sei milioni di animali terrestri vengono uccisi ogni ora a scopo alimentare.

Il numero degli animali acquatici uccisi è anche più elevato. Il consumo di carne causa più sofferenza e morte che qualsiasi altra attività umana seppure non sia affatto necessario.

In occasione della Giornata Mondiale per l'Abolizione della Carne saremo presenti con un presidio al mattatoio di Cordenons (PN) a testimoniare ciò che sistematicamente avviene nei macelli di tutto il mondo. 
La nostra sarà una veglia silenziosa per i miliardi di animali che- quotidianamente- vengono messi al mondo, controllati a vista, ingrassati a forza e caricati a botte sui camion della morte per essere condotti al mattatoio – unico momento in cui viene permesso loro di uscire dalle gabbie – e diventare quello che sono sempre stati: carne macellabile.

L'appuntamento è previsto in Piazza della Vittoria a Cordenons, domenica 01 febbraio alle ore 10:00.
Dalla piazza raggiungeremo a piedi il mattatoio, nei cui pressi sosteremo per una veglia silenziosa fino alle 11:30. 
La manifestazione si concluderà con il ritorno, sempre a piedi, al luogo di ritrovo iniziale. 

Solo per questa occasione vi chiediamo di non portare vessilli o bandiere: vorremmo che l'attenzione fosse focalizzata solamente sulla sofferenza, sul dolore, sulle grida e sui "silenzi" di chi si trova oltre i muri e oltre il nostro sguardo.

Ci rendiamo conto che potranno, durante la veglia, crearsi situazioni emotive difficili da gestire. Valutate l'eventualità di non partecipare nel caso pensiate di non riuscire a reggere queste emozioni. 

Grazie fin d'ora per la partecipazione ed il sostegno.

Evento Facebook


mercoledì 21 gennaio 2015

Hungry Hearts e la scelta vegan come disturbo alimentare


Una giovane coppia vive, con l'arrivo di un figlio, il graduale sgretolarsi del proprio rapporto; il susseguirsi degli eventi sfocerà in un dramma prevedibile e annunciato.
La maternità è uno degli elementi chiave del film di cui si parla a lungo in questi giorni, in occasione dell'uscita nelle sale.
Hungry Hearts, ultima fatica di Saverio Costanzo, era stato presentato mesi fa al Festival del Cinema di Venezia conquistando due coppe Volpi e accendendo un dibattito che torna a fare cronaca.
Leggendo le dichiarazioni rilasciate dal regista e le repliche a cura di alcune fra le principali associazioni animaliste italiane, abbiamo maturato il desiderio di approfondire la questione e cercare di saperne di più.
Questa necessità ci ha spinti a visionare Hungry Hearts e, nel contempo, a leggere il romanzo che lo ha ispirato ("Il bambino indaco" di Marco Franzoso, pubblicato da Einaudi nel 2012); era a nostro avviso importante capire quante e quali analogie vi fossero tra pellicola e romanzo, quanta parte del film fosse frutto della personale elaborazione del regista e quali passaggi fossero stati fedelmente trasposti.
Il sentimento che ci ha accompagnati, sia nella lettura che nella visione, è stato quello di profondo dispiacere.
Dispiacere e sincera pena nei confronti di una madre che si smarrisce nel buio senza ritorno del proprio malessere, creando per sé e per suo figlio una realtà viziata e invivibile.

A questo sentimento è gradualmente andato unendosi un forte disagio. Siamo abituati a leggere di drammi familiari e di maternità malate; sono storie che sempre più spesso riempiono le cronache dei giornali.
La vicenda narrata da Franzoso -e, di conseguenza, da Costanzo- è però singolare. Lo è in primis perché frutto della libera ispirazione dell'autore (non siamo pertanto di fronte a personaggi realmente esistiti).    
Lo è, aggiungiamo noi, perché si sceglie di narrarla conferendovi connotazioni ben precise e non lasciate al caso.
La protagonista femminile (Isabel nel romanzo, Mina nel film), con il manifestarsi della gravidanza, inizia ad adottare una "disciplina" alimentare tale da portarla a praticare il digiuno (affamando di conseguenza anche il figlio) nell'ottica di un desiderio di purificazione riconducibile, tra l'altro, a teorie pseudoscientifiche di derivazione New Age (una fra queste, appunto, quella sui bambini indaco).
Rifiuta di ammettere di avere fame, arriva a negare la realtà di un figlio reso- a pochi mesi di vita- insonne e apatico, incapace di camminare.
Cieca ad ogni sintomo del dramma che si consuma sotto i suoi occhi, sceglie di affidarsi esclusivamente al proprio "istinto di madre", certa di essere l'unica in grado di prendersi realmente cura di quel bambino speciale.  
L'alimentazione -o meglio, la non alimentazione- gioca un ruolo fondamentale in tutta questa vicenda. Si parla di digiuno ma anche di assunzione di cibi quasi esclusivamente liquidi, di grossi quantitativi d'acqua atta a "purificare" e saziare, riempire lo stomaco.
Isabel/Mina smette di ingerire cibi solidi fino a che, scartando "ogni giorno un nuovo cibo avvelenato", non le rimane quasi più nulla di cui nutrirsi.

Abluzioni intestinali, "diete estreme detossicanti, realizzare l'ideale di un'igiene perfetta", pasti a base di fette di cetriolo, cubetti di avocado, fichi e succo di datteri.
Lei arriva a pesare 38 chili, il bambino continua a piangere per la fame: "quella non era fame e quelli non erano pianti, sosteneva lei. Era il modo in cui i bambini rafforzavano le vie respiratorie".

Questa storia di estrema sofferenza non manca di turbare il lettore/spettatore; eppure -sostengono sia Franzoso che Costanzo- la storia di Isabel/Mina è narrata con delicatezza e massimo rispetto, senza intento alcuno di condannare o giudicare.
Peccato che propositi così nobili siano di fatto traditi da tutti quegli indizi, che si insinuano tra le pagine del romanzo e le sequenze del film, atti a condurre il pubblico a un'unica, facile conclusione: Isabel/Mina è una donna "malata" perché è vegana. Come a dire: da vegana a ortoressica, il passo è breve e consequenziale.
Eccoci ancora una volta di fronte alla stigmatizzazione della scelta vegan, etichettata dai media e da certa parte dell'opinione pubblica come deviante, estrema e pericolosa, da non emulare.
Ne è convinto Saverio Costanzo, attento a chiarire che "chi fa scelte radicali tende a diventarlo sempre di più". La pensa evidentemente alla stessa maniera Marco Franzoso, che affronta il complesso tema del disturbo alimentare legandolo a doppio filo con una personale quanto discutibile visione del veganismo.  
Nel romanzo, per rafforzare questa credenza e in mancanza di una sincera comprensione di cosa realmente significhi essere vegan, si sceglie di battere la ben più comoda strada dei luoghi comuni: ecco che la protagonista, da vegana quale la si vuol dipingere, non può che lavorare in erboristeria, ascoltare musica etnica, dormire su un tatami, bere tisane al timo, frequentare un corso di yoga prenatale, affidarsi a un'esperta di pulizia dell'aura, disporre candele in casa seguendo la disciplina del feng shui, consultare pediatri alternativi, steineriani, olistici, new age, prediligere negozi biologici con "cassiere fondatrici di siti internet sul veganesimo", credere in santoni e guaritori delle cui foto riempire ogni angolo della casa, bere acqua magnetizzata, contare ossessivamente i ripetitori dei cellulari durante i viaggi in auto.
E' vegana, per cui -avrà pensato Franzoso- va da sé che debba vivere in una casa che risuona di musica di corni tibetani, arredata con tende bianche di lino biologico e tappeti acquistati in un mercatino equosolidale, profumata di incenso fatto arrivare per posta aerea da Ceylon. La sua condizione di vegana non può (sempre nell'immaginazione dell'autore) che trasformarla in persona fobica passivo-aggressiva, madre ossessionata dal digiuno, dalla purezza, dal "nutrirsi di luce".
Ella decide per sé e per il figlio, e Franzoso non manca di sottolineare come lo svezzamento del bambino sia "rigorosamente naturale, biodinamico, vegano, crudista."

Costanzo omette molti di questi dettagli, forse per una scelta di sintesi soggetta a esigenze cinematografiche.
Tuttavia ciò non lo esime dal giudicare, nonostante egli dichiari il contrario.
Il suo voler trasporre cinematograficamente questa storia, facendola conoscere al grande pubblico, rappresenta di per sé un giudizio sul veganismo.
La dichiarazione stessa "chi fa scelte scelte radicali diventa intollerabilmente radicale, e l’ideologia ha ucciso milioni di persone", ripresa in tutte le recensioni del film, è un giudizio senza appello.

Di fronte a uno scenario così disarmante possiamo solo replicare affermando che l'arte, in tutte le sue forme, ha una grande responsabilità; essa veicola messaggi e sensazioni capaci di esercitare un forte influsso su quanti, come lettori o spettatori, vi si avvicinano.
Ridurre la scelta vegan a disturbo alimentare significa prendersi la responsabilità di un messaggio disonesto, oltre che pericoloso e fuorviante.
Non stiamo parlando di un'ideologia, di una condizione "estrema e radicale", né di una disciplina o di una dieta, e di certo essa non contempla il nutrirsi di soli cetrioli, datteri e polpa di avocado.
Essere vegan significa compiere scelte consapevoli (non soltanto alimentari) nel più profondo rispetto della vita di chiunque.
Se- a detta di Costanzo- chi fa scelte radicali diventa sordo, ci chiediamo quante persone "equilibrate, misurate, moderate" (al contrario degli "estremisti vegani") si ostinino ad essere ancora così sorde al lamento di morte degli animali.
Perché se, come lui afferma, l’ideologia di qualunque tipo ha ucciso milioni di persone, noi siamo a ricordare che il sistema in cui viviamo uccide da sempre miliardi di animali non umani, ad ogni latitudine e sotto qualsiasi ideologia.
Per quanto invece concerne la nostra specie, ricordiamo a Franzoso e Costanzo (nel caso non ne fossero a conoscenza) che più di 100.000 minori, solo in Italia, sono in carico ai servizi sociali a causa di abusi o maltrattamento.
I genitori saranno per caso vegani?




lunedì 19 gennaio 2015

Monumenti suini in città - di Rodrigo Codermatz


Cammino per strada e m'imbatto in un maialino di legno, posto all'entrata di una trattoria, con forchetta e coltello in mano, tovagliolo al collo, pronto ad addentare un suo simile: immagini come questa (o di pesci con la canna da pesca in mano, di mucche in minigonna che tengono il secchio pieno di latte come una borsetta, etc... perché non c'è limite alla stupidità) popolano le nostre città, le nostre piazze, i nostri paesi, le nostre campagne e pretendono di divertirci, farci ridere, vogliono essere comiche.
Ed io mi sento nuovamente ghettizzato nel mio stupore e disgusto per questa società del tutto indifferente e sorda alla sofferenza e al destino dei meno fortunati, persino della sua stessa specie; perciò questa volta voglio interrogarmi sul senso di questa macabra e ostentata comicità che rimbalza e viene amplificata da questi squallidi segnavia in cui ci imbattiamo tutti i giorni uscendo da casa.
Certo è la forma più semplice e immediata per distorcere la realtà presentarci un maialino pronto ad abbuffarsi, un pesce tutto allegro e felice che sta pescando o una mucca tutta sorridente, magari con un fiore in bocca, che con il suo secchio di latte ritorna canticchiando da un sentiero di montagna: come possono queste immagini riportarci seppur lontanamente agli allevamenti dove queste creature vivono ammassate nel sovraffollamento e nella sporcizia fino ad ulcerarsi, alle continue e ininterrotte fecondazioni artificiali, al massacro dei vitellini, alla macinatura dei pulcini, all'ingozzamento forzato e al taglio del becco, agli esperimenti, al continuo disorientamento temporale dell'inesistenza del giorno e della notte e, alla fine di questa via crucis, l'esecuzione spesso drammatica e dolorosa (spesso l'animale non muore al primo colpo), la macellazione, la disintegrazione di un individuo (che viveva, pensava, sentiva) e la sua dispersione? Come possono queste immagini farci solo sorridere? Ci può essere una forma depravata di riso? Che senso mai avrà?
Mi ritornano alla mente alcune pagine de Le Rire di Henri Bergson (1), dove il filosofo francese, sottolineandone la dimensione relazionale o interpersonale che dir si voglia, diceva che il riso è un messaggio, un gesto sociale con un significato e una funzione ben precisi: innanzitutto crea dal nulla un legame, un microsistema sociale costituito da colui che ride, colui di cui si ride e da coloro che ridono assieme al primo; delle persone spesso estranee l'una all'altra, dei semplici passanti, sono legate dal riso in un gruppo compatto altamente gratificante e colludente nel deridere qualcun altro o qualcos'altro.
In una società che esige dall'individuo , ed esigeva - ahimè - già ai tempi di Bergson, una certa elasticità corporea e spirituale in modo che questi sia sempre pronto e in grado di adattarsi ad essa, ogni rigidità corporea e caratteriale è sospetta in quanto può isolarsi e divenire eccentrica. Il riso allora è lo strumento in mano alla società per punire, umiliare, castigare, impaurire e reprimere questa rigidità che non riesce ad adeguarsi; è la rigidità come meccanismo aggrappato alla vita, alla fluidità, che infatti genera il riso: pensiamo alla goffaggine di un corpo che inciampa, ad una smorfia in cui non è il brutto a farci ridere ma il fissarsi della mimica facciale in una posizione, a tutte quelle scene dove è la ripetibilità, l'automatismo, il prevedibile a farsi comico, alla maschera come rivestimento meccanico della fluidità.
Nel riso, quindi, il gruppo fa pressione sull'individuo che si pone come rigidità, per ristabilire la fluidità e l'elasticità della situazione relazionale ottimale.
Il riso non può che essere allora umiliazione penosa, insensibilità, indifferenza, anestesia momentanea del cuore, pura intelligenza come più grande nemica dell'emozione, intesa e complicità del gruppo nel castigare: il riso, dice Bergson, intimidisce umiliando e perciò non può essere né giusto, né buono.
La sofferenza e la morte che l'uomo apporta al mondo animale è quella realtà inequivocabile che, per quanto egli faccia per rimuoverla e nasconderla a se stesso e agli altri, rimane come nocciolo irriducibile, come pura rigidità inadattabile, refrattarietà, impermeabilità. E' una voce sempre pronta a riemergere nella sua ferma e univoca denuncia: il suo appello non vuole il compromesso, la tregua, l'accordo bilaterale, l'accomodamento; è rigidità in quanto risolutezza, coerenza, convinzione.
Il maialino che intanto dà il suo muto benvenuto agli avventori della trattoria è quindi il rigurgito di ciò che non può essere metabolizzato, di ciò che non si è ancora riusciti ad ammorbidire, a plasmare, è la coscienza dell'uomo che di tanto in tanto inciampa o rimane costretta alle corde ed esala questo suo risolino isterico. In esso la società è vittima del suo stesso castigo, della sua stessa punizione, è vittima di ciò che vuol reprimere: la società ride di se stessa.
La società non riesce a prendere sul serio l'animale: ci borbotta attraverso queste immagini alla stessa maniera di come un genitore sta al gioco del figlio e parla al suo orsacchiotto di peluche; l'uso dell'immaginario infantile (cartone animato, fumetto, pupazzo etc.) completa quindi la distorsione del reale sospingendo l'individuo nel suo mondo fantastico di animali sempre liberi e felici. 

Ma ritorniamo al nostro maialino: a guardar bene ha proprio tutte le caratteristiche che convengono al comico: c'è l'elemento umano che, per lo stesso Bergson, è essenziale al comico perchè, secondo il filosofo francese, l'uomo non è solo l'animale che sa ridere ma anche che fa ridere; ritroviamo l'incongruenza (l'animale contento di essere mangiato/che invita il passante a mangiarlo); c'è l'eterogeneità spenceriana per cui nel comico di solito c'è un declassamento, una “caduta”, un “peggioramento” per l'oggetto del comico.
Dov'è il declassamento nel nostro esempio?
Guardiamo bene il nostro maialino: è un maiale che è diventato uomo o un uomo che è diventato un maiale?
Bisogna prestare attenzione al senso (direzione) da conferire all'immagine che abbiamo di fronte: è di notevole importanza!
Il sostrato comico dell'immagine ci suggerisce che certamente abbiamo difronte un uomo che è diventato un maiale: noi rapportiamo l'uomo all'animale.
Ma di che animale si tratta?
Il nostro maialino è un preciso invito pubblicitario a entrare e ad abbuffarsi fino alla nausea, un ammiccare a un'insana lussuria e ingordigia tipicamente umane per cui si dice “ho mangiato come un porco”. Non avrebbe senso intendere l'immagine nel senso opposto.
E' un preciso richiamo all'immagine culturale del maiale come surrogato dei peggiori vizi umani: la lussuria, l'ingordigia, la sregolatezza e promiscuità sessuale, la dissolutezza, l'irriverenza, la trascuratezza igienica; un'esistenza che si accontenta di avere la pancia piena e di stare tranquilla, senza problemi, senza alcuna idea o opinione.
Il maialino di legno, quindi, raffigura in questo caso l'animalesco nell'uomo che, nella nostra cultura, risulta essere un concentrato di qualità negative spesso, però, vaneggiate e ricercate.
Questo tipo di immagini è pericoloso, come lo è il linguaggio in alcuni modi di dire perchè fissano un “significato sovrapposto”, surdeterminano il soggetto, in questo caso il povero maiale, di una serie di connotazioni e giudizi “culturali”.
Nel messaggio pubblicitario occulto all'ingresso della trattoria, che praticamente dice “entra e ti devasteremo nei sensi e nella morale”, il vero maiale non c'entra molto se non, come dicevamo prima, come superficiale e scontata immagine di una vittima contenta e felice di essere mangiata per acquietare un po' i nostri eventuali sensi di colpa.
Il danno vero all'animale, invece, è quel processo surdeterminativo che fissa addosso al maiale l'immagine di complessiva superficialità, indifferenza, stupidità, insensibilità e amoralità che accompagna i peggiori vizi umani.
Comunque sia, siamo difronte a una immagine che rapporta l'uomo all'animale dove quest'ultimo è già in un primo stadio, alienato, trasfigurato e compromesso negativamente. E' in questa fase che nasce il comico come declassamento.
Ma c'è un successivo pericolo, un altro grande danno che queste immagini possono arrecare all'animale.
Come dimostra Brock Bastian (2), bisogna prestare attenzione a comparare uomo e animale poiché la direzione del confronto, come si diceva prima, modifica sensibilmente l'effetto percettivo della similitudine (“the direction of comparison can significantly affects perceptions of similarity”): comparare l'animale all'uomo estende lo stato morale dell'animale riducendo lo specismo e incrementando l'attenzione e l'interesse per l'animale; al contrario, se si invertono i termini e si paragona l'uomo all'animale, come nel nostro caso, viene ridotta la percezione delle qualità morali dell'animale (a maggior ragione se l'animale deve sobbarcarsi l'immoralità umana).
Questo succede perché generalmente la mente umana è considerata più complessa di quella animale (“knowledge of human is more elaborated than other animals”) per semplice riflesso del principio per cui, in un paragone qualsivoglia anche tra umani, ci sarà effetto percettivo positivo se il termine del paragone è l'io (o l'uomo nel caso del confronto tra specie), perchè ovviamente io ho una percezione di me stesso più complessa ed elaborata che dell'altro.
Il confronto animale-uomo (animals-are-human-like) porta quindi ad una più profonda sensibilità per l'animale e a riconoscergli maggiore stato morale e maggiori capacità mentali relative alle sensazioni.
Al contrario il confronto uomo-animale mantiene, scrive Bastian, lo status quo: bisogna quindi paragonare nella direzione giusta.
Il nostro maialino, presentandoci l'uomo come animale e avendo tra l'altro la sventurata caratteristica di essere la proiezione e la summa dei peggiori lati umani, degrada moralmente e intellettualmente l'animale riducendo, tra l'altro, quello che gli studiosi vicino a Bastian chiamano “the meat paradox”, il “paradosso della carne” ossia il fatto che si ama l'animale e nello stesso tempo lo si mangia.(3)
Come dimostrano questi studiosi, infatti, quando noi vediamo qualcuno soffrire e soprattutto ci sentiamo in qualche modo responsabili della sua sofferenza, tendiamo a ridurre la sua moralità e le sue capacità mentali legate al soffrire. 
E' una pratica necessaria, affermano Festinger e Jones nella loro Cognitive Dissonance Theory, che nasce dal malessere che sorge nell'uomo quando convinzioni e pratica si scontrano; egli allora deve risolvere per forza questa situazione antinomica alterando uno dei due elementi.(4) E in effetti la gente non ama mangiare animali che pensano, infatti, spesso gli animali che si reputano “mangiabili” sono considerati poco o per nulla intelligenti.

Quante cose ci ha detto il nostro maialino di legno!
Egli è un conato comico di una società che non riesce a riassorbire e metabolizzare la morte animale; è un riso isterico rivolto a se stessa, a un suo fallimento.
Con il suo autolesionismo (è contento di morire, si caccia e pesca da sé etc.) è specchio della stupidità e dell'auto-distruttività umana che si accontenta di questi “cartoni animati” per mettere in pace la propria coscienza, per giustificare i crimini che l'uomo sta perpetrando a danno di altre specie animali, del pianeta, di se stesso e della sua discendenza.
Ma la sua funzione più pericolosa sta, come abbiamo visto, nella sua natura comparatoria: egli non è semplicemente una presa in giro dell'animale, della sua sofferenza, della sua morte; il danno sarebbe limitato. Ma in maniera molto subdola e occulta va a modificare il nostro percepito del confronto fissando sulla categoria “animale maiale” un surplus di connotazioni tipicamente umane e culturali che comportano un inconsapevole deterioramento se non un totale annientamento della dimensione morale dell'animale riducendolo alla categoria della semplice edibilità.
Lo iato tra edibilità e moralità aumenta sempre più: il maiale che sarà servito nel piatto avrà la stupidità autolesionista, il vuoto emotivo, il disinteresse e la nullità intellettiva, l'insensibilità di chi è pronto ad essere ingozzato fino a perdere i sensi: mettersi a tavola è una grande responsabilità che raramente è concepita come una scelta morale.(5)


Rodrigo Codermatz






(1) HENRI BERGSON, Le rire: essai sur la signification du comique  
(2) B. BASTIAN, K. COSTELLO, S. LOUGHNAN, G. HODSON, When Closing the Human-Animal Divide Expands Moral Concern: the importance of framing, in Social Psychological and Personality Science, (01.11.2011) 
(3) S. LOUGHNAN, N. HASLAM, B. BASTIAN, The role of meat consuption in the denial of moral status and mind to meat animals, in Appetite (2009), Journal homepage www.elsevier.com/locate/appet 55 (2010) 156-159
B. BASTIAN, How we can love some animals and eat others,  in http://theconversation.com/the-meat-paradox (24.03.2011)

(4) B. BRATANOVA, S. LOUHGNAN, B. BASTIAN, The effect of categorization as food on the perceived moral standing of animals, in Appetite Journal homepage www.elsevier.com/locate/appet 57(2011) 193-196
(5) B. BASTIAN, S. LOUGHNAN, N. HASLAM, H. R. M. RADKE, Don't mind Meat? The Denial of mind to Animals Used for Human Consuption, in Personality and Social Psychology Bulletin (6.10.2011)