sabato 28 marzo 2015

“L'agnello pasquale” meditazione sul senso e il significato - di Rodrigo Codermatz

 la campagna "Immolato per il sacro business"- Pordenone

Impotente e senza possibilità di appello, l'animalismo si trova puntualmente e disumanamente obbligato a sopportare quest'ennesima scadenza del macabro calendario culturale (dove per cultura intendiamo l'assetto ideologico che il potere politico-economico con i suoi apparati è riuscito a dare alle nostre vite, al nostro pensiero, ai nostri desideri, ai nostri valori, ai nostri sentimenti, ai nostri sogni, ai nostri stessi istinti naturali quali il cibarsi e fare l'amore): la Pasqua.
Davanti all'inesorabile e “naturale”(1) massacro di un numero spaventoso di agnelli in nome del mito/rito come tradizione, noi animalisti restiamo nuovamente sconvolti per l'insensibilità, la crudeltà, il sadismo, l'egoismo, la povertà mentale e intellettuale, la cecità, il menefreghismo, il puro raptus sanguinario di coloro che io personalmente non voglio più chiamare miei simili o persone; e ci chiediamo che senso e che significato abbia “l'agnello pasquale”, da dove deriva la forza di quest'espressione linguistica che, nella nostra società mediamente disinformata e confusa, è un semplice flatus vocis ma con la forza di un tornado o della bomba atomica che lascia dietro sé sofferenza e morte.
Ma che cosa si intende per senso o significato?

Il significato, scriveva Wilhelm Dilthey, non è un concetto logico ma è espressione della vita. Fu egli stesso a definire Erlebnis (vissuto) la più piccola unità di coscienza che anticipa e precede ogni sapere, ogni conoscenza, ogni giudizio: è il fenomeno originario, ciò che per l'individuo è immediatamente ed evidentemente presente, e tramite questo si inserisce nel mondo. Ogni Erlebnis, in quanto vissuto individuale, è quindi irripetibile e incommensurabile e il continuum nel tempo di questi vissuti uniti tra loro dall'Erlebnis temporale quale loro modalità generale dà luogo a una concatenazione significativa, una connessione strutturale teleologicamente moventesi che Dilthey definisce storia interiore: a questa si riportano gli eventi attraverso cui trascorre la vita psichica e alla quale si adeguano articolandosi l'un l'altro gli Erlebnisse dando testimonianza del significato.
La vita stessa, quindi, in quanto continua rielaborazione ed enucleazione di unità di significato, si interpreta, ha in sé una struttura ermeneutica per cui interpretare, scrive Dilthey, è vivere e viceversa e non può darsi alcun vissuto esistenziale che non sia al contempo Erlebnis di significato
Dal carattere assolutamente personale e individuale e quindi insostituibile di ogni singolo Erlebnis ne consegue la rivalutazione della storia come storicità, come storia personale, biografia, coscienza storica della finitudine di ogni situazione umana e sociale.
Persino la percezione è motivata, cioè condizionata, dalla storia della vita, scriveva lo psichiatra e neurologo tedesco Erwin Straus, in quanto è una vera e propria assunzione di senso, anzi, ne è il suo atto primario: infatti, che qualcosa venga percepito o no non dipende affatto dall'intensità della stimolazione sensoriale bensì dall'intrinseco contenuto di significato che il percepito ha per la persona che percepisce.
Ogni evento, ogni accadimento (Geschehnis) si trova sempre in un determinato contesto di senso in una determinata totalità di significato o di riferimento. 
“Meri” accadimenti provvisti di senso ed essenti in sé non esistono: ogni accadere è per forza già esplicitato e interpretato.
Tuttavia Straus riconosce la possibilità di alcuni accadimenti il cui contenuto tematico è tale da determinare coercitivamente un ben determinato Erleben; è il caso delle relazioni di senso ascendente in cui l'individuo può essere costretto dall'accadimento ad una determinata assunzione di senso: sono a teatro, vedo una fiamma e del fumo (accadimento), ne desumo un senso (pericolo di morte) e fuggo (re-actio).
Nella relazione di senso collaterale, invece, l'Erleben produttivo si impadronisce dell'accadimento e non si lascia costringere ad un determinato senso, è totalmente libero come quando Newton, vedendo la mela cadere, formulò la sua legge. 
Per Ludwig Binswanger, al contrario, nessun accadimento può obbligarci ad un senso: riferendosi alla distinzione di Straus tra relazione di senso ascendente e quella di senso collaterale, entrambe, scrive Binswanger, non sono che due diverse modalità dell'individualità, due diverse totalità di riferimento. A parte il fatto che nella re-actio è pur sempre contenuta una actio, l'incendio a teatro e la mela di Newton sono semplicemente due diversi piani di significato; è il modo di affrontare il problema a pregiudicare la soluzione: se consideriamo la situazione da parte dell'accadimento, avremo la relazione di senso ascendente; se, al contrario, partiamo dall' Erleben, la relazione di senso collaterale.
La distinzione tra accadimento e Erlebnis è artificiosa, poiché, in realtà non sono che poli di un'unica costituzione ontologica; quindi non si può trarre o attribuire senso ad  un accadimento: il senso non è qualcosa che sta tra i due poli ma si riporta sempre ad una modalità di comprensione da parte dell'individualità.
Nessun livello di significato può imporre nulla: la fiamma a teatro, come accadimento non è qualità di una semplice cosa ma solo un particolare elemento significativo con alcunché di assoluto; a imporre il senso “pericolo di morte” è, invece, la situazione e non l'accadimento: per esempio, una fiamma che brucia sul palco come parte della messa in scena è ben diversa da una fiamma in platea. La fiamma in sé, quindi, non ha alcun significato vitale: Newton è costretto a risolvere il suo problema teoretico quanto l'uomo a mettersi in salvo dalle fiamma; siamo sullo stesso piano significativo.
Nel senso “pericolo di morte” si determina non soltanto l'essere dell'accadimento (fiamma) in quanto pericolosa bensì anche l'essere dell'individualità in quanto individualità in pericolo. C'è un rimando alla situazione non come oggetto/disposizione esterna ma come nostro proprio, unico e inalienabile essere in una certa disposizione (Lage) in quanto individualità.(2) 
Non esistono accadimenti che possano costringere l'individuo all'assunzione di un dato significato: è sempre l'individualità in una data situazione e non l'accadimento a decidere del senso e della configurazione dell'Erlebnis; il senso e il significato esistono solo per l'individualità, per l'io, nel suo mondo e nella sua situazione: il resto è pura teoria astrattiva.
Esistendo l'uomo assume automaticamente l'accadimento in un determinato senso: il fenomeno avviene sempre nello sfondo di un io, di una persona della quale si fa espressione e manifestazione; secondo Binswanger, Straus trascura anche la natura esistenziale e irrazionale della situazione affettiva dell'esistenza stessa che tanto decide della significatività umana: interpretazione comprensiva e situazione affettiva o tonalità sono ontologicamente inscindibili poiché gli Erlebnisse, in quanto vissuti, sono delle sensazioni o gruppi di rappresentazione con una chiara carica affettiva.

Se, come abbiamo visto, il significato è sempre Erlebnis di significato, la domanda sul senso è sempre uno sguardo su se stessi: ad essere chiamata in causa è la nostra stessa esistenza, la nostra storia personale; noi dobbiamo interrogare noi stessi sulla possibilità, la modalità, sul posto che l'Erlebnisagnello pasquale” occupa nel nostro vissuto. Una domanda sul senso non apre un dialogo ma un monologo, un bisbiglio di più voci in noi, di più risposte che abbiamo già lasciato alle spalle ma di cui continuiamo a sentire il brusio.
Ognuno di noi ha un suo preciso e personale vissuto legato all'espressioneagnello pasquale”: sappiamo chiaramente di cosa stiamo parlando e ne abbiamo una personalissima sfumatura emotiva; l'espressione offre una forte presa alla nostra storia personale, alla nostra vita interiore in quanto connessione storica, unica e irripetibile degli Erlebnisse; offre un forte appiglio al bisbiglio che ci portiamo dietro che per significare non ha che il nostro passato, una ressa di immagini, parole, paure, convinzioni, fantasie, illusioni e nozioni più o meno chiare poiché la vita non è un insieme di generiche possibilità ma di determinate possibilità che trovano la loro base in ciò che essa già fu. La presa su di noi è sempre presa sul nostro passato, scriveva Danilo Cargnello.   
Ma soprattutto l'espressione si aggrappa al nostro essere-con-gli-altri costitutivo dell'Erlebnis: essere-nel-mondo è l'essere situati in una società, in una cultura, in una situazione interpersonale a cui noi abbiamo il permesso di partecipare a patto di rivestire il ruolo di membri, di soci, di inerire ai valori comuni e a un modo di pensare e di vivere che sia per tutti omologato, tranquillo e sicuro.
Se riusciamo ancora a dare un senso e un significato all'espressione agnello pasquale” noi ineriamo al gruppo culturale come tradizione orizzontale dove l'espressione funge da attrattore, garantendo così la nostra partecipazione ad una società che nel 2015 crede ancora di avere il diritto di sterminare milioni di agnellini solo perché, e forse nemmeno lei ne sa il motivo, per pasqua bisogna per forza mangiare l'agnello: si mangia “l'agnello pasquale” non solo (e non tanto) perché si è sempre fatto così ma soprattutto perché tutti gli altri fanno così, perché il gruppo dice che si fa così, che è così, che funziona così.
Alla tradizione verticale sancita dalla religione, dalla storia, dal costume, dal folklore, dalle stesse abitudini domestiche del gruppo familiare e dai ricordi personali, si aggiunge la tradizione orizzontale quale inerenza del gruppo.
Se la tradizione verticale è tramandare, la tradizione orizzontale è rimandare, delegare all'altro.

Sopra abbiamo parlato di una presa, di un appiglio, di un aggrapparsi dell'espressione al nostro Erlebnis: Danilo Cargnello nel suo libro su Binswanger Alterità e alienità scrive che l'afferrabilità (griffigkeit) o maneggiabilità (handlichkeit) è il correlato mondano della 'mano' ed è la mano che, nei rapporti mondani è quella che conta e decide: giacché l'afferrare e l'essere afferrati sono i due poli estremi tra cui si svolge la politica quotidiana di tutti e di ognuno. E il carattere di una persona non è proprio la sua afferrabilità, ossia “per che cosa” o “da che parte” può essere presa? Nell'afferrare, l'uomo si pone nel ruolo di predatore e definisce il mondo come preda.
Cargnello elenca varie modalità di presa sulle cose (afferrare fisico, mordere, apprendere con la mente, denominare e designare linguistico) e sugli altri (impressionare, suggestionare/prendere per il lato debole, prendere dal lato della responsabilità/prendere in parola, prendere qualcuno dal lato della sua storia mondana/prenderlo per la sua fama).
In particolare, osserva Cargnello, per designare il modo della suggestione, il linguaggio si avvale di espressioni tratte dal gergo proprio al mondo della caccia e della pesca nonché del mondo militare: si dice infatti caduto in trappola, caduto in mano come un uccellino, sgusciato tra le dita come un'anguilla, aggirato, la fortezza è caduta; qui, tra l'altro la mano è sempre allungata con ingegnosi attrezzi (amo, rete, esca, fucile, trappola); questa longa manus funge da simulacro con il quale la mano occulta la sua aggressività.
La mano fisica, scrive Cargnello, trova la sua più importante equivalenza psicologica nel linguaggio, mezzo supremo per “aggredire” cose e persone, per ridurre queste e quelle a strumenti; la denominazione è un finissimo e differenziatissimo modo di presa - così frequente nei rapporti quotidiani della nostra società civile da superare di gran lunga per frequenza i modi di aggressività propriamente fisica del primitivo.(3)  
L'espressione, come linguaggio, ruba il sangue al vissuto per fissare la tradizione orizzontale come inerenza del gruppo: i nostri Erlebnisse sono la sua forza, la sua energia: ecco la nostra transubstantiatio. Essa vive ormai di vita propria come atomo semantico, come flatus vocis, al di là e a prescindere da ogni giustificazione religiosa e scientifica il che ci esenta anche dal dialogare con la chiesa, il papa, gli ebrei, i nomadi, con Cristo e il mistero eucaristico: è inutile delegare ad altri il compito di eliminare la tradizione dell' “agnello pasquale” con un semplice colpo di spugna, magari durante l'Angelus della domenica. E' il singolo che quotidianamente porta l'ara sacrificale nelle propria  casa e rinnova l'olocausto. E' tramite l'espressione “agnello pasquale”, questo carcinoma, che la sofferenza e la morte animale accadono/accedono al mondo: l'espressione lo prende e lo raggira, lo strega; essa, come tante altre, è il punto d'arrivo della cecità, della contraddittorietà, della irrazionalità e ipocrisia, della superficialità e folle, miope egoismo umani.
Mettere davanti agli occhi delle persone, in questi primi giorni di tepore primaverile, di risveglio della natura nelle sue infinite e meravigliose forme, una gigantografia di un agnellino pronto ad essere colpito dalla mannaia del boia e dire -questa è la resurrezione in cui voi credete e che festeggerete- vuol dire shockarle perché non è così che è stato insegnato loro a vedere l'agnello che per pasqua avranno nel piatto; nessuno l'ha mai presentato loro sotto questo aspetto, men che meno la chiesa per la quale, sin dall'inizio, l'agnello è stato un espediente politico, un'arma diplomatica, una strategia, un business.  
E quel povero agnellino nella mano del boia avrà sì la sua resurrezione: nelle cosiddette “fattorie didattiche” (un'altra di queste espressioni-limite), dove ai bambini viene mostrato l'agnellino (lo possono toccare, nutrire, fotografare, accarezzare) ma nessuno dice loro che fine farà; c'è gente che crede ancora che gli animali delle fattorie didattiche muoiano di vecchiaia: peccato che queste fattorie spesso sono degli agriturismi!
E c'è anche chi, davanti alla gigantografia ha detto: -fanno le cose più grandi di quello che sono!-
La gigantografia mette le persone di fronte alla loro meschinità, alla loro ipocrisia, alla loro crudeltà, alla loro insensibilità e malvagità, al loro infantilismo, alla loro irresponsabilità, alla loro bigotteria che si infervora perché si osa toccare la chiesa e i suoi super-eroi! Quanta villania, cattiva fede e inganno in questi preti! Eppure non fa altro che mostrare una scena reale e di tutti i giorni. 
Espressione-limite” abbiamo detto: certo, perché qui in particolare si manifesta la precarietà di quella che Weizsaecker definisce coerenza, ossia l'unità provvisoria che un soggetto forma col suo ambiente in un certo ordine di relazioni ben definite ed emerge l'urgenza della de-cisione, del viraggio verso un altro ordine, di operare, per usare le parole di Lacan, un'oggettivazione superiore.(4)
Questa è l'immagine che dovrebbe accompagnare l'espressioneagnello pasquale” una volta allentata o dissolta la presa che questa ha sui nostri vissuti; l'Erlebnis come nostro vissuto ha questa possibilità: egli può muoversi nel tempo lungo il nostro passato e verso il futuro; può valutare, ripensare, cambiare, riprendere vecchie nozioni e impressioni, archiviarne altre, pentirsi, rivedersi, giungere ad un momento critico e, con una decisione, ad un punto catastrofico e a una riorganizzazione del tutto nuova.         
Questo sono le immagini che la gente deve vedere e trasformare in significato: immagini che semplicemente presentino la realtà.
E' inutile mostrare un agnellino allegro che gironzola nell'erbetta e tra i fiori: questo non è l' ”agnello pasquale”; così non facciamo altro che mostrare ciò che la gente vuole vedere: mostriamogli, invece, l'agnello che si appresta a morire per soddisfare il suo appetito la domenica di pasqua! 
Mostrando lo shockante, svelando il nascosto, importunando con la verità, noi dobbiamo trascendere il dominio cognitivo del sistema in modo che questo non riesca più a compensare i vuoti lasciati dal crollo delle sue distorsioni davanti alla realtà riassettando semplicemente alcune sue strutture; bisogna mirare a disintegrare in toto la sua chiusura organizzazionale: solo allora si potrà sperare in un momento di crisi, nella catastrofe di una sventata ma rivoluzionaria adolescenza, poiché, quando la posta in gioco diventa cruciale, prima o poi il compromesso cessa di diventare lecito.(5)

Se il linguaggio umano chiama “festa della natura” la “sagra dei osei di Sacile”, “didattica” una fattoria, “formativo socialmente”,“uno spettacolo per tutta la famiglia” o “il più grande spettacolo del mondo” il circo, “scuola di natura” uno zoo, se la stessa Treccani definisce “educativo e scientifico” lo zoo e lo zoosafari, allora veramente è giunto il momento di rimetterlo in questione, di svelare la sua natura predatoria. 
Il linguaggio animalista allora non può che allontanarsi dall'uomo, divenire dis-umano: l'impoverimento del linguaggio umano al nostro stadio di sviluppo culturale sarà la forza e la ricchezza del linguaggio animalista.
Esso deve colpire il nostro vissuto, rimuovere ciò che nel nostro passato ha giustificato e accettato la violenza sugli animali, deve porsi come colloquio con la persona, non con l'istituzione, perché l'istituzione non ha coscienza ma è monologo, tautologia, delirio, un muro di gomma contro il quale la verità rimbalza; l'ho già detto altrove: parlare con la chiesa è inutile, essa è sorda e falsa nel suo autocelebrarsi. L'umanità compierà un grande progresso quando metterà la camicia di forza ai preti e a certa classe politica. 
Parlare al passato della persona vuol dire rintracciare quelle espressioni come “agnello pasquale” che si sono sproporzionatamente caricate di significato tanto che non hanno più alcun rapporto con la realtà (per questo le ho chiamate flatus vocis perché sono pure emissioni di fiato): queste si ergono come monoliti e fungono da punti attrattivi per il gruppo che diviene unanime nel condividere l'orizzontalità dell'espressione.
Queste espressioni non hanno alcun denotato ma esauriscono la loro funzione semantica nel mero essere un rimando (ho già definito la tradizione orizzontale come rimandare, delegare) che noi chiamiamo simbolo. Ed è nel nome del simbolo, che le persone a noi più vicine si stanno accingendo a divorare una creatura che loro stessi non hanno mai incontrato se non nel piatto e che mai avrebbero il coraggio di guardare negli occhi. 

Rodrigo Codermatz

(1) L'accadimento come dato di fatto rientra nel concetto positivista-scientista del “naturale” ma di rimando questo “naturale” si carica di portata ideologica e diviene, psicologicamente, il nerbo tautologico della sovranità.
(2) L. BINSWANGER, Per un'antropologia fenomenologica, Feltrinelli, Milano 1970
(3) D. CARGNELLO, Alterità e alienità, Feltrinelli, Milano 1966
(4) J. LACAN I complessi familiari
(5) D. W. WINNICOTT, Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, Roma 2007

lunedì 23 marzo 2015

"Immolato per il sacro business", manifesto gigante a Pordenone


Da oggi a Pordenone è visibile il manifesto gigante della campagna “Immolato per il sacro business”, ideata e promossa dall'associazione Animalisti FVG. 
Un'affissione di grandi dimensioni situata in pieno centro città (sottopasso di Viale Treviso) con lo scopo di informare e far riflettere l'opinione pubblica sul massacro degli agnelli, un vero e proprio "business"
che ha luogo ogni anno in occasione della Pasqua. L'invito è quello di non essere complici di queste atroci sofferenze e morte, a Pasqua come tutto l'anno.




Ogni anno a Pasqua vengono uccise centinaia di migliaia di agnelli, capre e pecore.
Animali che arrivano quasi tutti da paesi lontani, con lunghi "viaggi della morte", stipati in camion in condizioni insostenibili (molti arrivano al macello più morti che vivi) e spesso non sottoposti a controlli.
Nonostante questi dolcissimi "cuccioli" ispirino da sempre tenerezza a tutti, a un mese di vita vengono strappati alle madri, costretti a lunghi viaggi terribili ed estenuanti su TIR strapieni, per arrivare a un macello in cui, terrorizzati, vengono immobilizzati, storditi, appesi a un gancio per una zampa e lasciati dissanguare.
Prima di essere appesi sentono l'odore del sangue e le urla di terrore dei loro compagni.

L'invito a ogni persona che senta dentro di sé compassione o anche solo senso di giustizia verso gli animali, è di fare davvero la differenza, e NON festeggiare la Pasqua con un pezzo di agnello - o di qualsiasi altro animale - nel piatto.

Invitiamo, a Pasqua come tutto l'anno, a non mangiare nessun animale; gli animali sono tutti uguali, e TUTTI provano sentimenti: paura, dolore, ma anche gioia, affetto, amore. Non c'è giustificazione per questo loro triste destino.

venerdì 20 marzo 2015

I venti, di marzo


A un anno dai fatti accaduti a Pordenone a seguito dell'attendamento del circo Millennium pubblichiamo i pensieri e le riflessioni di una delle persone aggredite dagli addetti del circo. Da allora poco è cambiato in questa città, che continua e continuerà ad ospitare spettacoli con sfruttamento di animali.
Per questa, e per molte altre ragioni, è più che mai importante non dimenticare.

I VENTI, DI MARZO
Non c'è niente di più semplice e puro di una margherita che dal nulla spunta in mezzo al verde di un giardino, di un piccolo angolo di vegetazione in mezzo a un'aiuola spartitraffico, tra l'asfalto. Quanto il nostro corpo riconosce in quel bottone giallo tra i petali bianchi, la rinascita del desiderio naturale di respirare l'ossigeno della primavera. Il piovoso marzo è il lasciapassare verso il risveglio dei sensi, e il meravigliarsi di come-ogni anno-prepotentemente in corrispondenza del solstizio, siamo spettatori dei cambiamenti cromatici di un angolo di pianeta attorno a noi.
In quell'angolo di nordest, il passaggio dalla stagione fredda non si può esattamente definirlo meraviglioso. La pioggia e il vento freddo hanno accompagnato i primi giorni di primavera, portando un carico pesante di sofferenza sotto forma di scintillante spettacolo, di paillettes, musiche e cerone.
Il 20 marzo 2014 è stata una data che difficilmente si riuscirà a dimenticare.
Il 79° giorno del calendario gregoriano resterà tatuato nel nostro essere per molto tempo.
Dopo un lasso di tempo medio-lungo, a Pordenone il circo Millennium di Viviana Orfei si apprestava a festeggiare in pompa magna il grande rientro dello spettacolo itinerante con animali in una città-fortezza che aveva chiuso, con un regolamento per la tutela degli animali, il proprio virtuale ponte levatoio a questo tipo di intrattenimento.
Ricorsi e burocrazia hanno permesso che "la giraffa più alta del mondo", elefanti e tanti altri animali, fossero così esibiti di fronte a un pubblico pagante e non.
I presìdi sono iniziati proprio giovedì 20 marzo, in una serata da lupi, fredda e con la minaccia di un acquazzone in avvicinamento.
Da quel giorno era stato un susseguirsi di presìdi di protesta con la partecipazione costante di un buon numero di attivisti, cuori diversi uniti in un unico abbraccio. Lacrime di rabbia e di dolce apprensione per quelle anime sfruttate e ridicolizzate alla mercé della moneta sonante.
Che i presìdi fossero autorizzati e che la protesta si svolgesse con modalità come sempre civili e pacifiche non bastato a scongiurare ciò che ora, a distanza di un anno esatto, appare tristemente inevitabile.
Lo scontro fisico non è mai una soluzione, eppure il sordo istinto di prevaricazione era già evidente nei primi giorni, quando il presidio autorizzato si svolgeva a quasi un chilometro dal tendone, e le auto dei circensi ci passavano davanti indirizzandoci-nelle serate migliori-gesti di disprezzo e derisione.
A distanza di un anno penso che tutti i cittadini di buon senso dovrebbero fermarsi a ricordare; tre ragazze e due ragazzi sono finiti in pronto soccorso, altre decine di ragazzi e ragazze non dimenticheranno ciò che il loro occhi hanno visto. Quelle stesse persone sono poi state- nei giorni successivi all'aggressione subita- oggetto di ingiurie, derisione e diffamazioni.
Ma ai molti con la memoria labile che non ricorderanno quei 5 "delinquenti", armati dell'arma più potente di questo mondo, la compassione, voglio solo rivolgere un pensiero e una frase che sentivo spesso dire: il tempo è galantuomo.

giovedì 19 marzo 2015

La storia di Aqui Cour

foto di Andrea Gaspardo per EZ's Place

Ringraziamo EZ's Place-Zedan Ranch - Rifugio del Cavallo ONLUS per averci permesso di pubblicare questa importante e doverosa testimonianza, che ci tocca nel profondo.

La storia di Aqui Cour è la storia che potrebbero raccontare tanti cavalli come lui, emblemi dello sfruttamento nell’agonismo. Cavalli che, terminati i successi, le gare e i guadagni (Aqui ha reso 65.000 euro in vincite), vengono condotti nel successivo girone della speculazione: il maneggio. Quando nemmeno ai maneggi assicurano più introiti, l’abuso continua fino allo sfinimento nei centri di ippoterapia per concludersi poi nell’orrore del macello. Questa è la fine che fanno pressoché la totalità di queste nobili creature.

Aqui Cour è un galoppatore purosangue francese nato nel 1993. Gareggia fino all'età di sette anni aggiudicandosi vittorie che fanno guadagnare al proprietario cifre considerevoli.
Al termine della carriera agonistica Aqui viene venduto e incomincia a lavorare nei maneggi. Inizia così a passare di mano in mano in una lenta discesa verso l'inferno. In uno degli ultimi maneggi incorre in un grave infortunio che causa la rottura del tendine di Achille. 
Accumulando via via danni su danni, Aqui diventa così inutilizzabile. Ritenuto anche indegno ad avere diritto a una pietosa soppressione, viene fotografato dal suo lato migliore e messo in regalo su Subito.it. 
Notato da un potenziale nuovo proprietario viene prelevato e portato al Rifugio del Cavallo per essere rimesso in forze, in vista del viaggio che avrebbe dovuto portarlo verso la nuova e definitiva casa. Già dai primi controlli, però, Aqui appare in condizioni peggiori di quelle dichiarate: non solo il tendine è rotto e lasciato senza cure ma un ginocchio presenta un ascesso purulento, il suo bel muso è bruciato dal sole e martoriato dagli insetti, lo stato di denutrizione è molto preoccupante. Il nuovo proprietario decide di lasciarlo in degenza con l’impegno di sostenere tutte le spese necessarie alle cure e al mantenimento. 
Promesse del tutto inconsistenti. Ben presto non darà più notizie di sé, sparirà abbandonando il cavallo con tutte sue difficoltà e le sue esigenze sanitarie. 
È il 2011, Aqui Cour ha solo 18 anni. Il Rifugio lo prende definitivamente in carico.
Ci si occupa subito del suo tendine d’Achille: Aqui Cour nel tempo ha assunto posture antalgiche che hanno sovraccaricato il posteriore destro provocandogli dolore e infiammazioni. Viene curato in modo da riacquistare equilibrio. Le condizioni di vita e l’umore migliorano e vengono mantenute ma grazie all'aiuto di integratori come l’artiglio del diavolo, lo zenzero e l’MSM. Massaggi e terapie con la coperta magnetica diventano parte delle cure quotidiane. Il tendine viene sostenuto con una struttura assicurata da una fasciatura: questo gli permette di camminare, sdraiarsi ed alzarsi autonomamente.
Così Aqui comincia stare bene, vivere senza il supporto costante di farmaci e farsi nuovi amici, equini e umani.
Nell’agosto del 2014 però le sue condizioni peggiorano: ecografia e radiografia mostrano che il posteriore destro, che compensa la forza che manca a quello lesionato, è senza cartilagine e liquido sinoviale. L'articolazione del femore è priva di ammortizzazione. Anche se cammina con dolore, la sua classe e la sua voglia di vivere sono immutate.
I suoi referti vengono inviati alla clinica di Ferrara, una delle migliori in Italia in ambito ortopedico equino. Le notizie tanto attese arrivano presto ma non sono buone: l’intervento non concede previsioni di speranza.
Ora ad Aqui Cour resta l’ultima possibilità: un trattamento intrarticolare , principio attivo è lo stanozololo, un derivato sintetico ormonale. Sei punture del costo di 100€ l’una, per sei settimane. L’efficacia della cura innovativa in campo veterinario sarà valutabile solo fra due o tre mesi.
Se questa terapia non portasse alcun miglioramento si continuerà il trattamento antalgico farmacologico fintantoché il suo fisico non si arrenderà. Allora saremo pronti insieme allo staff medico ad affrontare con Aqui Cour, in mezzo ai suoi amici e nel suo paddock, la pena dell’eutanasia di quel suo corpo schiacciato da un passato di imperdonabili sfruttamenti e negligenze.

Non rendiamoci complici di storie come questa, perché di Aqui Cour ce ne sono tanti, più di quanti uno possa pensare. Non alimentiamo gli anelli di questa catena di sofferenza e morte. 
AGIAMO!

Zedan Ranch - Rifugio del Cavallo ONLUS



Il corpo vegano giudicante come imputazione - di Rodrigo Codermatz


In Veganesimo e famiglia (1) avevamo caratterizzato il nostro corpo come essere-visto e, in quanto portatore di comportamento, sottoposto allo sguardo, al controllo e al giudizio dell'ambiente sociale a cui apparteniamo.
Il bisogno di sicurezza come funzione difensiva dell'Io e gradiente d'ansia si trasforma in comportamento gratificante verso le aspettative di questo ambiente in questo modo reiterandolo, riproducendolo. 
Il corpo risulta essere così il primo degli oggetti culturali, l'incarnazione della cultura come status quo dell'ambiente che abbiamo alle spalle, della tradizione, della società, una ricapitolazione incredibilmente condensata dell'ambiente del passato come ha scritto Phyllis Greenacre.(2)
Rimettere in questione i valori e la logica che fondano la nostra società, la nostra cultura e tradizione e che ci hanno portato alla totale sovranità sull'Altro vuol dire ribaltare i termini: come l'agente materno o la persona più importante sotto lo sguardo del suo ambiente costringe il figlio in uno stato ansioso che si organizza in risposta gratificante e corrispondente alle aspettative del gruppo, così il figlio deve ora scrollarsi di dosso l'occhio giudicante della madre e da corpo visto e giudicato ergersi a corpo giudicante.
E' questa oggi la funzione del corpo-vegano:(3) non essere corpo sano in una società egoica e narcisistica come la nostra che erige paradisi di benessere, di bellezza e di cultura del corpo, una società ipocondriaca, preoccupata e ossessionata dalla salute; bensì essere termine di confronto, testimonianza di un modo di vivere che non ha più bisogno di sicurezza, tranquillità e felicità, del buon senso e neppure del buon vicinato, di essere garantito e fondato da una logica di violenza e sfruttamento dei più deboli e indifesi. 
Come coscienza evoluta ed esistenza possibile senza sfruttamento e sovranità, il corpo-vegano deve farsi paladino di una nuova e più profonda sensibilità, di un pensiero anni luce più evoluto che, al giorno d'oggi, emergendo dall'anonimato, è elitario.
Ma cosa intendo per testimonianza?
Già in Veganesimo e famiglia definivo testimonianza la dimensione assolutamente personale, esistentiva, ontica che fonda il discorso etico universale quale proiezione dell'incontro protoetico con il volto animale come espressione di vulnerabilità, di compartecipazione alla limitatezza, alla sofferenza e alla morte.(4)
Qui aggiungerei incontro protoetico col volto animale come fiducia, dedizione, fedeltà: guardo la mia cagnetta Carlotta negli occhi e lei non sta soffrendo; ma mi suscita tenerezza e amore il fatto che lei si affida completamente a me. 
In questo senso qualcuno ha parlato di un doppio tradimento inflitto agli animali d'allevamento.
Ma il corpo vegano come testimonianza non deve risolversi in amor proprio quale figura della sovranità o in un'economia dell'appropriabile e del riappropriabile; come, per esempio, l'idea di testimonianza in Melanie Joy come empatia e riduzione del divario (gap), delle contraddizioni, assurdità e incongruenze della nostra coscienza che lo schema carnistico, come pregiudizio di conferma, vuole mantenere distorcendo le percezioni che minacciano di riassorbirli.(5)
Un'implosione, la testimonianza della Joy, dell'individuo che si integra a se stesso e cita Eddie Lama: “mi rendo conto che gli animali continueranno a soffrire e a morire ma non per causa mia”.
La testimonianza risulta così essere semplicemente la coerenza pensiero-azione: da qui l'ossessione di certo antispecismo per la coerenza dimenticando la dimensione della prassi coi suoi diversi apporti contaminanti: “l'antispecismo dovrebbe abbracciare una prospettiva contaminante” scrive Rasmus Rahbek Simonsen.(6)  
Il corpo-vegano come testimonianza non deve essere compiacimento etico ma, piuttosto un chez soi, come direbbe Renee Major, un giardino segreto dentro di sé pronto ad essere disappropriato per accogliere l'altro(7), da dove proferire la minaccia,  preparare l'insidia, l'azione di disturbo, l'agguato, l'attentato allo status quo sovrano: non è etica, è politica.  
Il suo compito è quello di imputare (nel senso giuridico della parola di cui ci parla  Hans Kelsen)(8) l'onnivoro, destabilizzando e destrutturando le strutture di scambio che reggono la situazione interpersonale sicura, mantenendola squilibrata e compromessa con il risultato di ingenerare uno scarto, un divario e un senso (che ho definito “strategico”) di disorientamento e d'inferiorità nell'onnivoro .
E' in questo scarto, in questa zona di silenzio che la critica può colpire la cultura e si crea spazio libero per altre possibili strutture di scambio e oggettivazioni. 
Il corpo-vegano, sospendendo il bisogno di sicurezza interpersonale come falso bisogno, interrompe la serialità e l'anonimato della massificazione e del consumo, rallenta i loro ritmi, lascia l'offerta senza interlocutore e punto di riferimento perché delimita e riduce al minimo il suo carattere di domanda, interdice il sistema produttivo. In poche parole, si pone come assoluta alterità e alternativa alla nostra società.  
Questa funzione destabilizzante e provocatoria del corpo-vegano compare nell'esperimento condotto dagli psicologi statunitensi Julia Minson e Benoît Monin e descritto nel loro articolo Do-Gooder Derogation: Disparaging Morally Motivated Minorities to Defuse Anticipated Reproach.(9)
A 47 studenti onnivori (16 maschi, 25 femmine e 6 di cui non è stato dato il sesso)  di un corso introduttivo di psicologia in un'università privata è stato chiesto di esprimere il loro parere sui vegetariani: il 53% ha espresso un giudizio positivo (earthy, hippie, hippies, alternative, green, environmentalist, politically correct, strong-willed, liberal, health-conscious, religious, careful, conscious, strong beliefs, will-power, animal-lovers, dedicated, caring, kind, brave, sweet, thoughtful, thin, slim, healthy) o neutro (silly, skinny); il rimanente 47% ha espresso un giudizio decisamente negativo sul vegetariano ritenendo che questi si consideri almeno dieci volte moralmente superiore all'onnivoro.
Pur credendo che in realtà ci sia poca differenza morale tra loro e i vegetariani, gli onnivori si sentono così moralmente giudicati (Anticipated Moral Reproach) che il vegetariano è da loro sentito come una minaccia largamente esagerata (a threat that is vastly exaggerated) da cui difendersi preventivamente: credendo di neutralizzarlo, cercano di screditarlo (derogation), di renderlo ridicolo, ottenendo, al contrario, l'effetto ironico di amplificare il suo messaggio etico e di diventare più esposti e vulnerabili alla minaccia.
Un comportamento morale esplicito risulta così essere ridicolo e noioso invece di suscitare ammirazione e rispetto: questo, secondo gli autori, succede ad ogni gruppo, ad ogni minoranza che vuole allontanarsi dallo status quo e farsi portavoce di principi morali (Do-Gooder).
In questo caso la scelta dietetica di una minoranza vegetariana è vissuta dagli onnivori (Meat-eating Mainstream) come una condanna pubblica di un loro comportamento: il loro sentirsi moralmente giudicati sfocia in forte risentimento; spesso, infatti, le persone sono molto sensibili alle critiche verso il loro senso etico e morale e magnificano di più le loro qualità morali che le proprie competenze.
E' interessante notare come la quasi totalità dei giudizi negativi connota caratteristiche sociali negative (annoying, arrogant, conceited, sadistic, judgmental, posers, pretentious, stupid, uptight, flawed, preachy, picky, weird, bleeding hearts, conformists, self-righteous, militant, PETA, crazy, limited, opinionated, strict, radical, vegan) mentre solo la minima percentuale rimanente si riferisce a debolezza fisica (malnourished, pale, tired): il che sottolinea la natura interpersonale del problema; l'individuo viene colpito nel suo non corrispondere alla situazione interpersonale omologata; è dimostrato, infatti, che tale risentimento può nascere anche quando si colpiscono dei costumi e abitudini familiari accettati e considerati normali dalla società, ad esempio in questo caso, il mangiar carne.
Da queste considerazioni è evidente la funzione destrutturante e disturbante del vegetariano nel contesto sociale quando è messo sotto accusa un comportamento profondamente radicato nell'abitudine e nella cultura da essere ritenuto norma sociale. A maggior ragione se si fosse trattato del vegano.
Al contrario l'offensiva onnivora appare più ridimensionata sul piano del benessere fisico e del salutismo: il che può far presumere una certa lontananza di questi da un certo discorso etico-morale animalista.
Non deve meravigliare neppure l'esagerata percezione da parte dell'onnivoro della minaccia poiché egli ha la corretta percezione di non aver alcun potere argomentativo, di non possedere le strutture di scambio adeguate per sostenere una valida difesa delle sue azioni e dei suoi principi morali davanti al vegetariano. 
Questo perché anche il concetto di moralità dietro cui egli si nasconde ha il carattere paradossale, contraddittorio e tautologico tipico dei comportamenti di difesa davanti a stati particolarmente ansiogeni. Scrivono, infatti, gli autori all'inizio della loro ricerca: “While societies may differ on what it means to be moral, they agree that it is good to be so”.

Così la Anticipated Moral Reproach sarebbe una possibile reazione al corpo vegano come imputazione: una reazione confusa, contraddittoria ed esagerata, un vero e proprio delirio paranoico di persecuzione che coglie l'onnivoro dinnanzi ad un giudice in carne ed ossa.
Ricordo una sera, in cui io e mia moglie avevamo invitato a cena un musicista jazz che manifestò, nel corso della serata, apprezzamento sulla nostra cucina vegana; dopo aver letteralmente rispolverato e resuscitato dall'oltretomba, io al pianoforte e lui alla chitarra, dei vecchi blues e boogie woogie, al momento di salutarci improvvisamente si espresse in questi termini:- a me stanno sul cazzo i vegani perché si credono migliori degli altri -.
Al che mia moglie basita da tanta veemenza ma cercando di controllarsi rispose con candore:- non migliori ma più sensibili...- 
Il nostro ospite si offese e iniziò a delirare: come potevamo noi credere che proprio lui, un musicista jazz, non avesse sensibilità e chi credevamo di essere noi due, VEGANI... poi le sue argomentazioni furono una vera e propria ecolalia - eh ma il salame resta salame!- sempre più nervosa, ansiosa e pressante quasi gli mancasse il fiato, una serrata difensiva spropositata, una vera e propria “coda di paglia” che si risolse in un certo senso di inopportunità che lo affrettò alla porta.
Accompagnandolo alla macchina gli chiesi se, per caso, si fosse trovato male a casa nostra: - assolutamente no, disse, ma non è più come prima - e mi salutò. 
Questo è un caso da manuale di anticipated moral reproach: egli ha surdeterminato una semplice riflessione di mia moglie (non tutti siamo sensibili e riflessivi allo stesso grado poiché abbiamo dei vissuti diversi e individuali) con un esagerato senso di inferiorità e di disagio che magari era presente sin dall'inizio e tenuto forse sotto controllo, ma che, per la sua particolare irruenza, non può che essersi saturato pian piano durante la serata in nostra presenza.   
Se nel Meat Paradox (people enjoy eating meat but disapprove of harming animals / most people love animals and love eating meat) di Steve Loughnan, Nick Haslam e Brock Bastian(10) l'onnivoro è da solo con se stesso e, avendo tutto l'interesse (cfr. Cognitive dissonance Theory di Festinger e Harmon Jones) a risolvere questo “quintessential exemple of the interesting and important state of ambivalence” (Paul Rozin 2007) può ricorrere a svariate forme di autoinganno,(11) in presenza del corpo-vegano come giudice esterno imputante, invece, l'onnivoro, in quanto essere-visto e imputato, deve rispondere e chiarire la sua posizione giuridica “seduta stante”; la semplice presenza del vegano sarà l'indice accusatore che non gli darà tregua.

Cristina, 45 anni onnivora, nostra commensale al compleanno del mio nipotino, afferma: 

Mi sento molto misera di fronte a certi pensieri che sono molto più alti di me e che non riesco a comprendere; se ci siete voi (io e mia moglie in quanto vegani n.d.a) io non mi sento di mangiare la carne non perché ho una conoscenza o una presa di coscienza ma riconosco una superiorità nelle persone che non mangiano la carne. Questo è: mi sento veramente inferiore e sinceramente mi vergogno di mangiare la carne di fronte a voi; mi vergogno, mi sento banale, molto banale.
C'è il wűrstel e il salame qui in tavola ma voi non avete fatto pesare mai niente, assolutamente: con voi non mi sono mai sentita a disagio per il fatto di mangiare ancora la carne bensì per non aver ancora capito tante cose: questo è il mio disagio, il fatto che ancora non sono pronta, non sono preparata a evolvermi in questa direzione.
Certamente, cerco di essere aperta: questo pomeriggio quando stavamo preparando i piatti per voi due, sono stata molto attenta e disciplinata a cambiare le posate e non usare per voi, ad esempio, coltelli che avessero toccato il salame; proprio per non infrangere qualcosa che è importante, che io ancora non riesco a capire ma che sinceramente riesco ad apprezzare.
Voi fate una bella cosa dalla quale io sono ancora molto lontana; allo stesso tempo, però, anche molto vicina perché io non riuscirei mai a mangiare quella fetta di salame davanti a voi due; il vostro discorso è valido ed io lo condivido anche se non lo vivo: tuttavia credo in un'alimentazione che possa fare a meno della carne.”

Questo è un esempio auspicabile di quello che dovrebbe ottenere il corpo vegano: è certo però che ci troviamo di fronte a una persona di elevata onestà intellettuale e di sensibilità e rispetto superiori alla media.
Cristina confessa di non riuscire a mangiare carne davanti a me e mia moglie non perché ha una conoscenza o una precisa presa di coscienza animalista: anzi, ammette di non essere ancora pronta per evolversi in tale direzione; ma perché si sente misera e banale di fronte a certi pensieri che sono più alti di lei e che non riesce a comprendere e riconosce senz'altro una certa superiorità nelle persone che non mangiano la carne: qui sta il suo forte disagio. Cristina si vergogna, si sente misera e banale, molto banale, lo ribadisce più volte. Lei si sente a disagio per non aver ancora capito tante cose (...) per non essere ancora pronta.
Cristina si ritiene attenta e disciplinata e si apre a noi nel non voler infrangere qualcosa che è importante, che lei non riesce ancora a capire ma che sicuramente riesce ad apprezzare: Cristina non dice “qualcosa che è per voi importante”: trascende quindi il semplice rispetto per me e mia moglie.   
Lei è ancora molto lontana da noi ma, al contempo, molto vicina, dice, poiché crede nel nostro discorso, lo condivide anche se non lo vive.

Da dove origina questo suo disagio che lei descrive, lo ripetiamo, come un vissuto di miseria e banalità? 
E' da premettere che a Cristina non è stato detto né chiesto nulla: il semplice essersi trovata assieme a me e mia moglie (corpi-vegani) davanti ad un piatto di salame l'ha gettata in una situazione per lei imbarazzante che l'ha condotta ad esprimere le sue idee ed a rivendicare un certo suo distacco dalla situazione.
E' evidente che la sola presenza mia e di moglie come corpi-vegani le ha aperto una nuova situazione interpersonale, un campo intersoggettivo del tutto diverso che contrasta e stride con l'ordinario; non solo vengono impostati vissuti di significato e strutture di scambio diverse ma soprattutto si riassetta la stessa corporeità e la spazialità vissuta di Cristina.
In Veganesimo e famiglia abbiamo parlato del corpo come sapere abituale in Merleau-Ponty(12): possiamo dire che la presenza mia e di mia moglie come corpi-vegani ha sospeso ciò che Merleau-Ponty definisce “lo schema corporeo prepercettivo” di Cristina ossia il suo corpo in quanto sapere abituale del mondo, sapere di familiarità, in quanto struttura originale del corpo proprio che assimila gli strumenti e le architetture(13) con le quali si impegna (maneggia) quotidianamente: in sostanza, un complesso innato, come può essere la rimozione dove io mantengo nel tempo uno dei mondi che ho attraversato, che funge da arco intenzionale proiettando intorno a noi il nostro passato.
Se, come scrive Merleau-Ponty, darsi un corpo abituale è una necessità interna per l'esistenza più integrata, il corpo di Cristina mentre ci parla sta subendo un processo di dis-integrazione: essendo la spazialità del corpo spazialità di situazione, risulterà diffratto e disintegrato anche lo spazio intorno ad essa nel suo esserle familiare:

Gli oggetti maneggevoli interrogano una mano che non ho più. Così, nell'insieme del mio corpo si delimitano regioni di silenzio(14) 

Mentre parla con noi, il corpo di Cristina si ritira momentaneamente dagli oggetti che abitualmente “abita”: è questo il suo disagio; è un senso di nausea e di vertigine che la coglie quando lei trapassa da un vissuto claustrofobico quale è il suo sapere abituale a un vissuto in espansione quale modalità esistenziale nuova e inesplorata. E' un senso di nausea e di vertigine come conquista di un punto sospeso e in disequilibrio (stare in piedi su una palla) dal quale lei è chiamata a erigersi urgentemente una nuova spazialità, una nuova temporalità, un nuovo mit-sein, per rimanere-nel-mondo.
Quando, mentre stiamo parlando, improvvisamente sbuca il mio nipotino e chiede a Cristina se gli può allungare una fetta di salame, Cristina trasale, in primis fa finta di non sentire, poi arrossisce e abbozza un sorriso d'imbarazzo: sembra non riconoscere più la fetta di salame nel piatto davanti a lei, poi data l'insistenza di mio nipote,  stizzita con due dita prende la fetta di salame come fosse qualcosa di sporco, arricciando il naso e guardandosi attorno; poi per un momento non sa come ricominciare il discorso.
La fetta di salame, nella nuova situazione di confronto interpersonale con due corpi vegani, ha perso la sua familiarità per Cristina, è rimasta “abitualmente” disabitata da lei.
Cristina è rimasta di colpo “nuda” e per questo si vergogna: è spogliata del suo corpo e del suo mondo (si sente misera).
In lei, mentre ci parla, corpo abituale e corpo attuale coesistono e si confondono: da qui quella sua promiscuità, quel vissuto di trovarsi a metà strada rivelato più volte dall'uso dell'avverbio ancora: da qui quel senso di comprensività (il nostro punto di vista è vissuto da lei in termini di evoluzione, di miglioramento, di progresso) che le dà l'avvicinarsi ad una modalità esistentiva diversa. 
A inquietarla e a metterla a dis-agio (=mancanza di agio, di familiarità, di manualità) è proprio quello che lei definisce l'importante, che la mette a nudo e la sfiora, quella bella cosa da non infrangere che lei sente ancora così lontana ma nello stesso tempo anche molto vicina.    

Io e mia moglie, con la nostra semplice presenza corporea, abbiamo compromesso e destrutturato seppur per pochi minuti il corpo di Cristina come sapere abituale e sfera d'agio: il suo corpo da istituzione e impressione della cultura si è fatto espressione e partecipazione all'Altro. Quindi la vera testimonianza collettiva è testimonianza interpersonale. 
L'angolo della stanza in cui eravamo seduti, quel pezzo di tavola con i bicchieri, i piatti e la fetta di salame in quel mentre non aveva nulla a che fare con l'altro spazio dello stesso compleanno: era uno spazio aperto e Cristina percepiva chiaramente quest'apertura anche in se stessa. 
I nostri due corpi vegani, quello mio e quello di mia moglie, hanno bilocato momentaneamente Cristina dandole la possibilità di emanciparsi seppur per pochi istanti dal suo corpo inteso esclusivamente come mezzo per inserirsi in un mondo familiare: come corpi giudicanti hanno momentaneamente dato vita ad uno spazio vegano che dovrebbe, col tempo e nella situazione più auspicabile, incorporarsi e incarnarsi in un nuovo sapere abituale più evoluto che dia inizio ad una nuova architettura del mondo libera da ogni sovranità. 



Desidero ringraziare Julia A. Minson della University of Pennsylvania, Philadelphia, PA, USA e Benoît Monin della Stanford University, Stanford, CA, USA per aver risposto tempestivamente alle mie richieste e avermi inviato i files delle loro ricerche.


Rodrigo Codermatz

(1) R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014
(2) P. GREENACRE, Trauma, crescita, personalità, Milano Cortina,1986
(3) Per la mia definizione di veganesimo, cfr. R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, pag. 100: “Per veganesimo io intendo esclusivamente la scelta etica di condannare e rifiutare, ognuno secondo il suo grado di informazione, acculturazione e conoscenza, in base alle sue capacità e predisposizioni, ogni forma più o meno diretta di sofferenza, sfruttamento e morte animale: è il definitivo e inderogabile no a mangiare animali e tutti i loro derivati, a indossarli, a farne oggetto d'addobbo o arredamento, di sport, è l'assoluta condanna della caccia, della pesca, di tutte le forme di allevamenti, della ricerca medica, farmaceutica, alimentare e cosmetica, dell'arte e dello spettacolo che sfrutti l'animale.”
(4) R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014, pag. 109
(5) M. JOY, Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche, Sonda Edizioni 2012
(6) R. R. SIMONSES, Manifesto Queer Vegan, 2014 pag. 81
(7) J. DERRIDA, Stati d'animo della psicanalisi, Intervista a René Major, Edizioni ETS, Pisa 2013
(8) H. KELSEN, Causalità e imputazione in Lineamenti di dottrina pura del diritto, Einaudi, Torino 2000
(9) J. MINSON- B. MONIN, Do-Gooder Derogation: Disparaging Morally Motivated Minorities to Defuse Anticipated Reproach, Social Psychological and Personality Science 2012 3:200-207. The online version can be found at: http://spp.sagepub.com/content/3/2/200
(10) B. BASTIAN, K. COSTELLO, S. LOUGHNAN, G. HODSON, When Closing the Human-Animal Divide Expands Moral Concern: the importance of framing, in Social Psychological and Personality Science, (01.11.2011) 
      S. LOUGHNAN, N. HASLAM, B. BASTIAN, The role of meat consuption in the denial of moral status and mind to meat animals, in Appetite (2009), Journal homepage www.elsevier.com/locate/appet 55 (2010) 156-159
    B. BASTIAN, How we can love some animals and eat others,  in http://theconversation.com/the-meat-paradox (24.03.2011)
B. BRATANOVA, S. LOUHGNAN, B. BASTIAN, The effect of categorization as food on the perceived moral standing of animals, in Appetite Journal homepage www.elsevier.com/locate/appet 57(2011) 193-196
     B. BASTIAN, S. LOUGHNAN, N. HASLAM, H. R. M. RADKE, Don't mind Meat? The Denial of mind to Animals Used for Human Consuption, in Personality and Social Psychology Bulletin (6.10.2011)
(11) Il paradosso della carne è risolvibile, secondo gli autori, o diventando vegetariani o semplicemente cambiando il modo di percepire l'animale; da qui le diverse forme di autoinganno e distorsione:

a) caratterizzando l'animale come cibo (hunted meat, collected meat, accidental-death) gli si toglie la sua capacità di soffrire (unfelling), le sue capacità mentali (mental capacities) e il suo stato morale (unworthy); schedando la realtà in due categorie contrapposte (dicotomizzazione) come bianco-nero, commestibile-non commestibile, intelligente-stupido, bello-brutto si giustifica ad esempio l'edibilità di un animale “stupido”; 
b) separando anche linguisticamente la carne dall'animale (pork/pig- beaf/cow) si dimentica la provenienza della carne;
c) vedendo qualcuno soffrire (anche un umano) e sentendoci responsabili della sua sofferenza, tendiamo a ridurre le sue capacità mentali legate al soffrire;
d) comparando l'animale all'uomo si espande il concetto morale e si reduce lo specismo; al contrario rapportando l'uomo all'animale si riduce la percezione morale dell'animale; la direzione del confronto può influenzare profondamente la percezione della similarità: questa è più forte quando il referente del confronto siamo noi stessi (l'uomo) e non l'altro e questo perché la nostra conoscenza è evidentemente percepita da noi come più complessa rispetto a quella dell'altro che ne è dedotta. Perciò comparando l'uomo all'animale si mantiene lo status quo, mentre rapportando l'animale all'uomo si estendono i confini della morale ad altre specie. Di questo ho già parlato nel mio articolo Monumenti suini in città.
e) ovviamente queste forme di autoinganno si modificheranno a seconda che il soggetto stia per consumare un pasto animale o, al contrario, un pasto vegetale.
In Veganesimo e famiglia anch'io ho esaminato alcune forme di autoinganno difensivo quali la distorsione paratassica, la disattenzione selettiva,  lo spostamento del nucleo comunicativo e le fantasie compensatorie etc.
(12) R. CODERMATZ, Veganesimo e famiglia, 2014 pag. 141 e segg.:

“Per Merleau-Ponty il corpo, come essere al mondo, è una veduta pre-oggettiva, pre-riflessiva, è il nostro essere impegnati, un inerire al mondo fisico e interumano. E' sapere abituale del mondo, poiché ce lo fa vivere e sentire come luogo familiare della nostra vita; è la potenza di un certo numero di azioni familiari che ci permette di installarci nel mondo circostante come insieme di manipulanda per mantenerci in vita.
Il corpo non ricade mai completamente su se stesso, non può astrarre mai dalla vita e dal mondo; ma ce li presenta di continuo e questo comporta ritmi che non hanno la loro ragione in ciò che noi scegliamo ma nell'ambiente che ci circonda cosicché, attorno alla nostra esistenza personale, appare un margine di esistenza quasi impersonale che il nostro corpo rende abituale, familiare. L'abitudine è, in effetti, un sapere che è nelle mani, che si affida solo al corpo, un sapere di familiarità.
Il corpo è quindi l'abitudine primordiale che condiziona tutte le altre, una necessità interna per l'esistenza più integrata; con l'acquisizione di abitudini come apprensione motoria di un significato motorio (abituarsi ad un cappello vuol dire installare il proprio corpo in esso) egli rimaneggia e rinnova il suo schema. Il sapere abituale è il nostro arto fantasma.
(…)
Il sapere abituale è sicurezza, cultura, ideologia, è sentirsi a casa propria in un mondo che ci presenta ovunque segni di sfruttamento animale; il nostro piccolo mondo crepuscolare ne è pieno: la logica omicida trionfa in ogni nostra città con le sue macellerie, le sue pelletterie, le sue pescherie, le farmacie, le latterie, i supermercati, etc.. Non esiste angolo di strada dove il vegano possa sentirsi a casa propria ossia dove il il suo diritto di opporsi allo sterminio di creature senzienti sia riconosciuto e rispettato.
Il nostro corpo vive in mezzo allo sfruttamento animale: è sfruttamento animale.”
(13) Sempre in Veganesimo e famiglia ho parlato del corpo come discorso di cose in Pier Paolo Pasolini e del corpo come asylum e istituzione in Erwin Goffman e Franco Basaglia.
(14) M. MERLEAU-PONTY, Fenomenologia della percezione, Bompiani, Milano 2003, pag. 130 


sabato 14 marzo 2015

Sport equestri: uno sguardo su un concorso indoor di salto ostacoli



Il video che vi presentiamo è stato realizzato lo scorso dicembre, alla Fiera di Pordenone, durante un evento denominato Jumping Christmas. Stiamo parlando di uno dei tanti concorsi indoor di salto ostacoli autorizzati dalla FISE, Federazione Italiana Sport Equestri.
Vi proponiamo un'investigazione tra ciò che avviene sotto gli occhi di tutti, alla ricerca di uno sguardo incondizionato capace di non confondere il dominio con l'amicizia, il sopruso e il dolore con la relazione.



Testi a cura di Egon Botteghi, che ringraziamo per il prezioso contributo e la grande disponibilità. 

Egon Botteghi è un ex istruttore FISE (Federazione Italiana Sport Equestri), specializzato anche in Terapia Per Mezzo Del Cavallo (Ippoterapia).
Ha svolto opera professionale nell'ambiente dell'equitazione sportiva e dell'ippica per 25 anni, lavorando per dieci anni anche come artiere a cavallo in alcune scuderie di cavalli da corsa al galoppo ed al trotto.
Ha cessato la sua attività nel 2008 per motivazione etiche, chiudendo il centro ippico che stava gestendo e co-fondando un rifugio per animali da reddito, di cui è stato presidente fino al 2012.

Per saperne di più, questa la testimonianza di Egon Botteghi per antispecismo.net