martedì 27 gennaio 2015

La merda come disvelamento - di Egon Botteghi



Ringraziamo Egon Botteghi per averci concesso la pubblicazione e la condivisione di questo bellissimo articolo, tratto da Antispecismo.net

“La merda come disvelamento”
come far cascare il velo di Maya dell'equitazione in una semplice mossa.

di Egon Botteghi

Al matematico devono fare orrore le mie elucubrazioni matematiche, infatti il suo addestramento lo ha sempre distolto dall'abbandonarsi a pensieri e dubbi, come quelli che sviluppo io.[...]egli ha conservato una forma di disgusto di fronte a queste cose come se fossero qualcosa di infantile. Cioè, io sviluppo tutti quei problemi che un bambino nell'apprendere l'aritmetica ecc. percepisce come difficoltà e che l'insegnamento reprime, senza risolverli. Io dico dunque a questi dubbi repressi: voi avete ragione, domandate pure, ed esigete una chiarificazione
(Ludwig Wittgenstein, Philosophische Grammatik)



Una volta Ludwig Wittgenstein affermò che le domande dei bambini sulla matematica, quelle domande che sembrano a noi adulti ingenue, fuori luogo e mal poste, sono invece le domande fondamentali che andrebbero ascoltate.

Questo mi riporta a quanto accade nell'interazione tra istruttore di equitazione ed allievi “alle prime armi”, a quanto accadeva anche a me al tempo in cui lavoravo entusiasticamente come istruttore di equitazione, passando le mie giornate nel rettangolo del campo ostacoli, tra aspiranti cavalieri ed amazzoni, grandi e piccoli, e cavalli che dovevano prestare il proprio corpo alla funzione del “far imparare”[1].

I bambini e le bambine, come anche le persone adulte, che nel loro status di insipienza momentanea regredivano allo status di infanti, mi ponevano infatti delle domande importanti sulle prassi e sugli strumenti che io gli stavo proponendo, delle perplessità e delle resistenze che sarebbe stato giusto ascoltare ed analizzare, a cui io però ero addestrato a rispondere prontamente, disinnescando la loro portata e placando la loro ansia di poter fare del male al cavallo.

La maggior parte delle persone, ed io fra queste, si avvicinano infatti all'equitazione per un interesse per l'animale cavallo, o per gli animali in genere, o per un generico desiderio di passare del tempo a “contatto con la natura”.

L'addestramento al dominio viene dopo.

Purtroppo l'equitazione ci viene presentata e proposta in risposta a questi interessi, come il modo per eccellenza di rapportarsi ai cavalli, come modo per essere vicino a questi animali.

Il cavallo è trasformato nell'animale da equitazione e chi pratica l'equitazione in amante degli animali, facendo passare cattività, sopruso e dolore per amicizia e sodalizio.

L'equitazione è l'arte di addestrare i cavalli all'ubbidienza e l'arte di tacitare le domande fondamentali che  molti esseri umani si pongono sul cosa stia veramente succedendo al cavallo nel momento che lo cavalco, e di quale siano le sue esigenze reali.

Una delle domande ricorrenti riguardava l'uso dell'imboccatura[2].

Moltissime persone rimanevano un po' sgomente all'idea che il cavallo dovesse indossare nella sua bocca questo pezzo di ferro, per poter essere da loro direzionato.

Spontanea insorgeva la domanda, spesso accompagnata con faces di disgusto e/o di apprensione: “Ma non fa male? Ma non sta scomodo?”

Io mi affrettavo a spiegare diligentemente che la bocca del cavallo non è uguale alla nostra (come se in questa domanda si celasse un errore di “antropomorfizzazione del cavallo o troppa immedesimazione), che quindi l'imboccatura trova il suo alloggiamento nelle barre, cioè in quella porzione della bocca del cavallo che è priva di denti e che quindi non causa il dolore che sentiremmo noi ad avere un pezzo di ferro che ci batte sui denti.

Poi insegnavo loro come far indossare l'imboccatura al cavallo, come mettergli un dito in bocca per indurlo ad aprirla.

Il passo successivo, per molte ore di insegnamento, era però poi quello di insistere ed insistere a dosare con molta attenzione la forza delle loro mani sull'imboccatura, perché poteva risultare molto dolorosa per il cavallo.

Insomma il problema non era lo strumento in se, ma imparare ad usarlo bene per non causare eccessivo dolore.

Ma quante ore di equitazione, e quante bocche di cavalli da scuola torturate per fare in modo che un cavaliere od un'amazzone acquisissero una buona mano?

In realtà il problema è proprio quello che faceva arretrare di disgusto alcuni neofiti e cioè l'imboccatura, perché il fatto che vada sistemata sulle barre, prive di denti, non toglie niente all'essenzialità del fatto che l'imboccatura sia uno strumento che provoca dolore, agendo mediante pressione proprio attraverso il contatto tra il metallo e l'osso.

Le barre sono infatti parte ossee con un margine affilato (con una sezione della stessa misura di un guscio d'uovo) coperte solo da un sottile strato di gengiva e dalle mucose della bocca. In corrispondenza delle barre l'osso della mandibola non è imbottito né in alcun modo protetto dal morso ed è esposto ai traumi come le creste tibiali dell'essere umano[3].

Ma la spiegazione che allora avevo confezionato serviva a tranquillizzarci tutti sul fatto che l'uso del morso non fosse un problema in sé, anche se era contro intuitiva.

Innanzitutto era rassicurante perché data dall'autorità indiscussa di quella situazione e cioè io, l'istruttore, la persona che in quel momento deteneva il controllo su tutti gli attori, cioè allievi e cavalli e poi perché ci vuole poco a tranquillizzarci quando una cosa proprio non siamo disposti a vederla.

Analoga la situazione con l'uso degli speroni.

Più difficile dissimulare il fatto che lo sperone esista apposta per provocare dolore al cavallo e quindi più articolata doveva  essere la risposta atta a far apparire comunque il cavaliere come un buon amico del cavallo, un binomio affiatato, come si dice in gergo.

Sullo sperone c'è addirittura un galateo dell'uso, per cui andrebbero tolti una volta scesi da cavallo, a meno di non essere un militare o un machissimo esponente della monta western, che va sempre in giro con gli speroni bene in vista sugli stivali.

Gli speroni poi in genere non si fanno indossare ai neofiti, ma solo alle persone che abbiamo acquisito una certa esperienza (ma se il cavallo è pigro si mette al bambino subito in mano una bella frusta!)

Gli speroni sono infatti degli strumenti di metallo (oggi anche in plastica), da applicare al tacco degli stivali, che terminano con varie forme, a secondo della severità (ci sono anche quelli che terminano con delle rotelle appuntite).

Servono, conficcandoli nei fianchi dei cavalli, come ausilio per indurli ad avanzare e spesso (ma anche qui il bon ton suggerirebbe di non farlo troppo in pubblico) vengono usati per impartire una vera e propria punizione.

A chi mi domandava se questi speroni non fossero troppo dolorosi per i cavalli, io rispondevo, anche qui, di non immaginare i fianchi dei cavalli delicati come i nostri e di non immaginare quindi di ricevere una gragnuola di colpi sulle costole, perché i fianchi dei cavalli sono meno sensibili.

Quanti cavalli ho invece visto fiaccati dagli speroni, con ferite aperte sui fianchi dalle punte delle rotelle, con il derma scollato tra muscolo e pelliccia in corrispondenza della zona di azione degli speroni e presi a speronate in qualsiasi circostanza (perché quando ci vuole ci vuole ed il cavaliere alla fine deve farsi ubbidire) che sia un campo prova, un campo ostacoli in una gara ufficiale o una simpatica passeggiata tra amici.

La domanda però che faceva emergere tutta la schizofrenia tra la mia condizione di cavaliere professionista ed animalista, era quella che le persone che mi riconoscevano appunto come amante degli animali da sempre, mi rivolgevano sul mio ingaggio all'ippodromo.

Nei dieci anni che ho infatti lavorato come artiere a cavallo negli ippodromi di corse al galoppo (ed un paio di anni anche in quelli al trotto), alcune persone che mi conoscevano bene, mi chiedevano  come potessi essere coinvolto, senza star male, in questo mondo così duro con i cavalli, e come potessi montare questi cavalli senza sentirmi responsabile per la loro sorte.

Allora io rispondevo che umani e cavalli condividevano lo stesso destino, cioè quello di lavorare per vivere e che la vita era dura per entrambi, sia per gli artieri che per i purosangue, ma che questi ultimi erano trattati con tutte le attenzioni (lettiera dei box altissima e pulita, iper nutriti, etc, etc...).


Ma quando i cavalli non erano, o non erano più, competitivi, che fine facevano?

E quanti cavalli ho visto infortunarsi ed essere abbattuti?

O infortunarsi nelle mani di un artiere violento?

E la vita a cui erano costretti, tra box e piste e gabbie di partenza, quale vita era per un erbivoro nomade e sociale?

Dopo anni di esperienza anch'io mi ero trasformato da amante dei cavalli in amante dell'equitazione, subendo questo slittamento in maniera abbastanza inconsapevole, e mi impegnavo a difendere questa pratica, che era il mondo in cui vivevo, con questa retorica mistificante in cui però credevo sinceramente, perché era l'attività che mi permetteva di passare la mia vita con questi animali e quindi soddisfare la mia esigenza originaria: stare in mezzo ai cavalli.

E' con una certa ironia della sorte che mi ritrovai così, ad un certo punto della mia vita, nel tentativo di approfondire sempre di più la mia conoscenza del cavallo e dell'arte dell'equitazione, a pagare soldi per essere costretto ad ascoltare quelle domande che molte persone mi avevano rivolto in precedenza gratuitamente.

Nal 2008 infatti partecipai ad uno stage di un istruttore francese, noto per essere un maestro accreditato nell'uso della Bitless Bridle, un finimento senza morso considerato cruelty free, inventato dal Dr Robert Cook che nel 2000 vinse, ad Equitana USA, l' Enterprise Award per “il finimento equino più innovativo”.

Certo di stare per incrementare la mia abilità nell'usare questo strumento ancora quasi sconosciuto in Italia, di cui la nostra era una delle poche scuole promotrici, presi Mirtillo, un cavallo con cui stavo lavorando, e partii.

Quello stage cambiò la mia vita in una maniera che non avrei mai immaginato.

Da quel giorno infatti non montai più a cavallo e se qualcuno me lo avesse detto prima avrei pensato che fosse completamente matto.

Quell'istruttore non era infatti lì con lo scopo che io credevo (anche se mi avevano avvertito che avremmo lavorato più a terra che a cavallo) ma con quello di metterci a nudo di fronte alle nostre responsabilità, di costringerci a guardare per farci cambiare paradigma.

Con un semplice gesto ci fece cadere dal naso gli occhiali con cui guardavamo al nostro mondo di bravi cavalieri e ci costrinse a chiamare le cose per nome.

Fu molto semplice per lui, perché in effetti ci fece vedere delle cose che tutti noi conoscevamo benissimo, senza però darci il modo di trovare delle giustificazioni.

La nostra lingua mistificatoria rimase muta.

Da francese qual'era, usò un bellissimo francesismo per spiegare quello che stava facendo con noi: “Io vi metto il naso nella merda, poi voi potete decidere anche di rimanerci, ma non potete dire che non è merda”.

Primo di quello stage avevo già fatto un lungo cammino per naturalizzare sempre di più la gestione dei cavalli che lavoravano con noi e per “eticizzare” l'equitazione che praticavamo.

Mi ero alla fine convinto a togliere i ferri ai cavalli; li facevamo vivere in compagnia in paddock [4] più ampi possibili, montavamo senza imboccatura e con una sella-non sella, per sentire meglio il corpo e le risposte del cavallo, ma in quel momento mi ridestai dal sonno dell'equitazione e capii che non c'era un modo giusto per fare una cosa sbagliata.

Il velo di Maya era caduto ed io mi sentivo nudo, spaesato, privato del mio mondo ma con la ferma volontà di non tornare indietro e di non nuocere più ai cavalli.

Tornai a casa e non senza angoscia e difficoltà smantellai la scuola di equitazione, ricevendo molte critiche da parenti, amici ed allievi e a poco a poco il maneggio si trasformò in un rifugio per animali da reddito.

Non sapevo se avrei resistito senza montare, un elemento che mi apparteneva come i pesci all'acqua.

Passai lunghi mesi nel paddock con i cavalli, limitandomi a guardare cosa facevano, cercando di conoscerli per come non avevo mai fatto, e qualcuno di loro, piano piano, si riavvicinò a me.

In quel periodo sognavo spesso di montare a cavallo, quasi che la mia nostalgia prendesse le ali di notte.

Un giorno mi ridestai da un sogno e decisi di scriverlo, perché vi era spiegata la ragione della mia promessa e del perché mi sembrerebbe di tradire un cavallo montandoci sopra:

“Un giorno, su di una strada, vidi venirmi incontro un cavallo ed un uomo che gli camminava a fianco.

Si trattava di un purosangue arabo e del suo orgogliosissimo padrone.

Il cavallo era stupendo, da lasciare senza fiato, con un pelo sauro che brillava al sole, il muso pieno di espressione, gli occhi neri che sembravano truccati ed era ricoperto di broccati e pietre preziose.

L'uomo aveva baffi scurissimi e si ergeva in tutta la sua altezza pieno di importanza.

Una volta arrivati di fronte a me si fermarono; sapendo che anch'io ero un cavaliere e che avevo vissuto una vita insieme ai cavalli, l'uomo mi rivolse la parola:

“Ammira i risultati a cui si può arrivare con il giusto addestramento, condotto nell'amore, nella conoscenza e nel rispetto di queste creature”:

Così i due mi omaggiarono di uno spettacolo per me mai visto.

Il cavallo, apparentemente libero e guidato solo da piccoli, ieratici gesti del conduttore, si esibì in una danza di salti, piroette, inchini da rimanere senza fiato.

Quello che quei due facevano insieme era senza precedenti e sfidava tutto quello che sino ad allora si era creduto sul rapporto tra uomo e cavallo.

Sembrava che avessero una reciproca fiducia illimitata e sopratutto che parlassero lo stesso linguaggio.

Fui pervaso da una ammirazione e da un invidia senza pari.

Quale cavaliere non vorrebbe capire e farsi capire così alla perfezione dal proprio animale?

Nel bel mezzo della mia estasi, alla fine dell'esibizione, fui però attirato da qualcosa dentro lo scuro degli occhi del cavallo, e ne fui quasi risucchiato.

Mi avvicinai allora alla sua testa perfetta e quello che vidi mi sconvolse.

Tristezza, profonda tristezza.

Il cavallo mi disse sommessamente, ma decisamente, che quello che avevo visto era uno spettacolo senza senso.


Allora udìì chiaramente “Liberami!”

“Per favore, liberami.

Io sono un  cavallo. Voglio correre se ne ho voglia, ma sopratutto voglio camminare con quelli della mia specie.

Voglio un branco con il quale spostarmi per brucare, per abbeverarmi nei fiumi e nelle pozze.

Voglio la pioggia che mi bagna, il sole che mi asciuga, il vento che mi fa tremare.

Voglio temere per i predatori, rilassarmi con i miei compagni, fremere per l'accoppiamento.

Non voglio l'oro sulla mia pelle, i vostri applausi per le mie impennati, le vostre punizioni per i miei sbagli.
Sono un cavallo, liberami.”


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[1]     L'espressione “navi scuola” che è usata per indicare molti cavalli da maneggio impiegati nelle scuole di equitazione mi ricorda la stessa espressione usata per le prostitute, il cui corpo era utilizzato per imparare il sesso e per consumare le prime esperienze. Espressione che viene utilizzata anche in riferimento ad alcune donne considerate di “facile arrembaggio”, con cui chiunque può consumare una esperienza sessuale. L'analogia tra impiego dei cavalli da scuola e uso dei corpi femminile nella prostituzione mi è stata riferita, come sensazione che creava un forte disagio ed un forte senso di ingiustizia, da diverse persone che hanno provato ad imparare ad andare a cavallo ed hanno quindi frequentato le scuole di equitazione.

[2]     L'imboccatura è un pezzo di ferro (ma può essere fatto anche di altro materiale o rivestito di altro materiale) che viene collocato nella bocca del cavallo e tenuto in posizione dalla testiera. Alle due estremità dell'imboccatura sono sistemate le redini, strisce di cuoio o di materiale sintetico, che vengono impugnate dal cavaliere o dal guidatore che impartisce gli ordini al cavallo.

[3]     Confronta anche Robert Cook, 2004


[4]     Recinti


giovedì 22 gennaio 2015

Domenica 01 febbraio 2015: Presidio al mattatoio di Cordenons (PN)


In tutto il mondo sei milioni di animali terrestri vengono uccisi ogni ora a scopo alimentare.

Il numero degli animali acquatici uccisi è anche più elevato. Il consumo di carne causa più sofferenza e morte che qualsiasi altra attività umana seppure non sia affatto necessario.

In occasione della Giornata Mondiale per l'Abolizione della Carne saremo presenti con un presidio al mattatoio di Cordenons (PN) a testimoniare ciò che sistematicamente avviene nei macelli di tutto il mondo. 
La nostra sarà una veglia silenziosa per i miliardi di animali che- quotidianamente- vengono messi al mondo, controllati a vista, ingrassati a forza e caricati a botte sui camion della morte per essere condotti al mattatoio – unico momento in cui viene permesso loro di uscire dalle gabbie – e diventare quello che sono sempre stati: carne macellabile.

L'appuntamento è previsto in Piazza della Vittoria a Cordenons, domenica 01 febbraio alle ore 10:00.
Dalla piazza raggiungeremo a piedi il mattatoio, nei cui pressi sosteremo per una veglia silenziosa fino alle 11:30. 
La manifestazione si concluderà con il ritorno, sempre a piedi, al luogo di ritrovo iniziale. 

Solo per questa occasione vi chiediamo di non portare vessilli o bandiere: vorremmo che l'attenzione fosse focalizzata solamente sulla sofferenza, sul dolore, sulle grida e sui "silenzi" di chi si trova oltre i muri e oltre il nostro sguardo.

Ci rendiamo conto che potranno, durante la veglia, crearsi situazioni emotive difficili da gestire. Valutate l'eventualità di non partecipare nel caso pensiate di non riuscire a reggere queste emozioni. 

Grazie fin d'ora per la partecipazione ed il sostegno.

Evento Facebook


mercoledì 21 gennaio 2015

Hungry Hearts e la scelta vegan come disturbo alimentare


Una giovane coppia vive, con l'arrivo di un figlio, il graduale sgretolarsi del proprio rapporto; il susseguirsi degli eventi sfocerà in un dramma prevedibile e annunciato.
La maternità è uno degli elementi chiave del film di cui si parla a lungo in questi giorni, in occasione dell'uscita nelle sale.
Hungry Hearts, ultima fatica di Saverio Costanzo, era stato presentato mesi fa al Festival del Cinema di Venezia conquistando due coppe Volpi e accendendo un dibattito che torna a fare cronaca.
Leggendo le dichiarazioni rilasciate dal regista e le repliche a cura di alcune fra le principali associazioni animaliste italiane, abbiamo maturato il desiderio di approfondire la questione e cercare di saperne di più.
Questa necessità ci ha spinti a visionare Hungry Hearts e, nel contempo, a leggere il romanzo che lo ha ispirato ("Il bambino indaco" di Marco Franzoso, pubblicato da Einaudi nel 2012); era a nostro avviso importante capire quante e quali analogie vi fossero tra pellicola e romanzo, quanta parte del film fosse frutto della personale elaborazione del regista e quali passaggi fossero stati fedelmente trasposti.
Il sentimento che ci ha accompagnati, sia nella lettura che nella visione, è stato quello di profondo dispiacere.
Dispiacere e sincera pena nei confronti di una madre che si smarrisce nel buio senza ritorno del proprio malessere, creando per sé e per suo figlio una realtà viziata e invivibile.

A questo sentimento è gradualmente andato unendosi un forte disagio. Siamo abituati a leggere di drammi familiari e di maternità malate; sono storie che sempre più spesso riempiono le cronache dei giornali.
La vicenda narrata da Franzoso -e, di conseguenza, da Costanzo- è però singolare. Lo è in primis perché frutto della libera ispirazione dell'autore (non siamo pertanto di fronte a personaggi realmente esistiti).    
Lo è, aggiungiamo noi, perché si sceglie di narrarla conferendovi connotazioni ben precise e non lasciate al caso.
La protagonista femminile (Isabel nel romanzo, Mina nel film), con il manifestarsi della gravidanza, inizia ad adottare una "disciplina" alimentare tale da portarla a praticare il digiuno (affamando di conseguenza anche il figlio) nell'ottica di un desiderio di purificazione riconducibile, tra l'altro, a teorie pseudoscientifiche di derivazione New Age (una fra queste, appunto, quella sui bambini indaco).
Rifiuta di ammettere di avere fame, arriva a negare la realtà di un figlio reso- a pochi mesi di vita- insonne e apatico, incapace di camminare.
Cieca ad ogni sintomo del dramma che si consuma sotto i suoi occhi, sceglie di affidarsi esclusivamente al proprio "istinto di madre", certa di essere l'unica in grado di prendersi realmente cura di quel bambino speciale.  
L'alimentazione -o meglio, la non alimentazione- gioca un ruolo fondamentale in tutta questa vicenda. Si parla di digiuno ma anche di assunzione di cibi quasi esclusivamente liquidi, di grossi quantitativi d'acqua atta a "purificare" e saziare, riempire lo stomaco.
Isabel/Mina smette di ingerire cibi solidi fino a che, scartando "ogni giorno un nuovo cibo avvelenato", non le rimane quasi più nulla di cui nutrirsi.

Abluzioni intestinali, "diete estreme detossicanti, realizzare l'ideale di un'igiene perfetta", pasti a base di fette di cetriolo, cubetti di avocado, fichi e succo di datteri.
Lei arriva a pesare 38 chili, il bambino continua a piangere per la fame: "quella non era fame e quelli non erano pianti, sosteneva lei. Era il modo in cui i bambini rafforzavano le vie respiratorie".

Questa storia di estrema sofferenza non manca di turbare il lettore/spettatore; eppure -sostengono sia Franzoso che Costanzo- la storia di Isabel/Mina è narrata con delicatezza e massimo rispetto, senza intento alcuno di condannare o giudicare.
Peccato che propositi così nobili siano di fatto traditi da tutti quegli indizi, che si insinuano tra le pagine del romanzo e le sequenze del film, atti a condurre il pubblico a un'unica, facile conclusione: Isabel/Mina è una donna "malata" perché è vegana. Come a dire: da vegana a ortoressica, il passo è breve e consequenziale.
Eccoci ancora una volta di fronte alla stigmatizzazione della scelta vegan, etichettata dai media e da certa parte dell'opinione pubblica come deviante, estrema e pericolosa, da non emulare.
Ne è convinto Saverio Costanzo, attento a chiarire che "chi fa scelte radicali tende a diventarlo sempre di più". La pensa evidentemente alla stessa maniera Marco Franzoso, che affronta il complesso tema del disturbo alimentare legandolo a doppio filo con una personale quanto discutibile visione del veganismo.  
Nel romanzo, per rafforzare questa credenza e in mancanza di una sincera comprensione di cosa realmente significhi essere vegan, si sceglie di battere la ben più comoda strada dei luoghi comuni: ecco che la protagonista, da vegana quale la si vuol dipingere, non può che lavorare in erboristeria, ascoltare musica etnica, dormire su un tatami, bere tisane al timo, frequentare un corso di yoga prenatale, affidarsi a un'esperta di pulizia dell'aura, disporre candele in casa seguendo la disciplina del feng shui, consultare pediatri alternativi, steineriani, olistici, new age, prediligere negozi biologici con "cassiere fondatrici di siti internet sul veganesimo", credere in santoni e guaritori delle cui foto riempire ogni angolo della casa, bere acqua magnetizzata, contare ossessivamente i ripetitori dei cellulari durante i viaggi in auto.
E' vegana, per cui -avrà pensato Franzoso- va da sé che debba vivere in una casa che risuona di musica di corni tibetani, arredata con tende bianche di lino biologico e tappeti acquistati in un mercatino equosolidale, profumata di incenso fatto arrivare per posta aerea da Ceylon. La sua condizione di vegana non può (sempre nell'immaginazione dell'autore) che trasformarla in persona fobica passivo-aggressiva, madre ossessionata dal digiuno, dalla purezza, dal "nutrirsi di luce".
Ella decide per sé e per il figlio, e Franzoso non manca di sottolineare come lo svezzamento del bambino sia "rigorosamente naturale, biodinamico, vegano, crudista."

Costanzo omette molti di questi dettagli, forse per una scelta di sintesi soggetta a esigenze cinematografiche.
Tuttavia ciò non lo esime dal giudicare, nonostante egli dichiari il contrario.
Il suo voler trasporre cinematograficamente questa storia, facendola conoscere al grande pubblico, rappresenta di per sé un giudizio sul veganismo.
La dichiarazione stessa "chi fa scelte scelte radicali diventa intollerabilmente radicale, e l’ideologia ha ucciso milioni di persone", ripresa in tutte le recensioni del film, è un giudizio senza appello.

Di fronte a uno scenario così disarmante possiamo solo replicare affermando che l'arte, in tutte le sue forme, ha una grande responsabilità; essa veicola messaggi e sensazioni capaci di esercitare un forte influsso su quanti, come lettori o spettatori, vi si avvicinano.
Ridurre la scelta vegan a disturbo alimentare significa prendersi la responsabilità di un messaggio disonesto, oltre che pericoloso e fuorviante.
Non stiamo parlando di un'ideologia, di una condizione "estrema e radicale", né di una disciplina o di una dieta, e di certo essa non contempla il nutrirsi di soli cetrioli, datteri e polpa di avocado.
Essere vegan significa compiere scelte consapevoli (non soltanto alimentari) nel più profondo rispetto della vita di chiunque.
Se- a detta di Costanzo- chi fa scelte radicali diventa sordo, ci chiediamo quante persone "equilibrate, misurate, moderate" (al contrario degli "estremisti vegani") si ostinino ad essere ancora così sorde al lamento di morte degli animali.
Perché se, come lui afferma, l’ideologia di qualunque tipo ha ucciso milioni di persone, noi siamo a ricordare che il sistema in cui viviamo uccide da sempre miliardi di animali non umani, ad ogni latitudine e sotto qualsiasi ideologia.
Per quanto invece concerne la nostra specie, ricordiamo a Franzoso e Costanzo (nel caso non ne fossero a conoscenza) che più di 100.000 minori, solo in Italia, sono in carico ai servizi sociali a causa di abusi o maltrattamento.
I genitori saranno per caso vegani?




lunedì 19 gennaio 2015

Monumenti suini in città - di Rodrigo Codermatz


Cammino per strada e m'imbatto in un maialino di legno, posto all'entrata di una trattoria, con forchetta e coltello in mano, tovagliolo al collo, pronto ad addentare un suo simile: immagini come questa (o di pesci con la canna da pesca in mano, di mucche in minigonna che tengono il secchio pieno di latte come una borsetta, etc... perché non c'è limite alla stupidità) popolano le nostre città, le nostre piazze, i nostri paesi, le nostre campagne e pretendono di divertirci, farci ridere, vogliono essere comiche.
Ed io mi sento nuovamente ghettizzato nel mio stupore e disgusto per questa società del tutto indifferente e sorda alla sofferenza e al destino dei meno fortunati, persino della sua stessa specie; perciò questa volta voglio interrogarmi sul senso di questa macabra e ostentata comicità che rimbalza e viene amplificata da questi squallidi segnavia in cui ci imbattiamo tutti i giorni uscendo da casa.
Certo è la forma più semplice e immediata per distorcere la realtà presentarci un maialino pronto ad abbuffarsi, un pesce tutto allegro e felice che sta pescando o una mucca tutta sorridente, magari con un fiore in bocca, che con il suo secchio di latte ritorna canticchiando da un sentiero di montagna: come possono queste immagini riportarci seppur lontanamente agli allevamenti dove queste creature vivono ammassate nel sovraffollamento e nella sporcizia fino ad ulcerarsi, alle continue e ininterrotte fecondazioni artificiali, al massacro dei vitellini, alla macinatura dei pulcini, all'ingozzamento forzato e al taglio del becco, agli esperimenti, al continuo disorientamento temporale dell'inesistenza del giorno e della notte e, alla fine di questa via crucis, l'esecuzione spesso drammatica e dolorosa (spesso l'animale non muore al primo colpo), la macellazione, la disintegrazione di un individuo (che viveva, pensava, sentiva) e la sua dispersione? Come possono queste immagini farci solo sorridere? Ci può essere una forma depravata di riso? Che senso mai avrà?
Mi ritornano alla mente alcune pagine de Le Rire di Henri Bergson (1), dove il filosofo francese, sottolineandone la dimensione relazionale o interpersonale che dir si voglia, diceva che il riso è un messaggio, un gesto sociale con un significato e una funzione ben precisi: innanzitutto crea dal nulla un legame, un microsistema sociale costituito da colui che ride, colui di cui si ride e da coloro che ridono assieme al primo; delle persone spesso estranee l'una all'altra, dei semplici passanti, sono legate dal riso in un gruppo compatto altamente gratificante e colludente nel deridere qualcun altro o qualcos'altro.
In una società che esige dall'individuo , ed esigeva - ahimè - già ai tempi di Bergson, una certa elasticità corporea e spirituale in modo che questi sia sempre pronto e in grado di adattarsi ad essa, ogni rigidità corporea e caratteriale è sospetta in quanto può isolarsi e divenire eccentrica. Il riso allora è lo strumento in mano alla società per punire, umiliare, castigare, impaurire e reprimere questa rigidità che non riesce ad adeguarsi; è la rigidità come meccanismo aggrappato alla vita, alla fluidità, che infatti genera il riso: pensiamo alla goffaggine di un corpo che inciampa, ad una smorfia in cui non è il brutto a farci ridere ma il fissarsi della mimica facciale in una posizione, a tutte quelle scene dove è la ripetibilità, l'automatismo, il prevedibile a farsi comico, alla maschera come rivestimento meccanico della fluidità.
Nel riso, quindi, il gruppo fa pressione sull'individuo che si pone come rigidità, per ristabilire la fluidità e l'elasticità della situazione relazionale ottimale.
Il riso non può che essere allora umiliazione penosa, insensibilità, indifferenza, anestesia momentanea del cuore, pura intelligenza come più grande nemica dell'emozione, intesa e complicità del gruppo nel castigare: il riso, dice Bergson, intimidisce umiliando e perciò non può essere né giusto, né buono.
La sofferenza e la morte che l'uomo apporta al mondo animale è quella realtà inequivocabile che, per quanto egli faccia per rimuoverla e nasconderla a se stesso e agli altri, rimane come nocciolo irriducibile, come pura rigidità inadattabile, refrattarietà, impermeabilità. E' una voce sempre pronta a riemergere nella sua ferma e univoca denuncia: il suo appello non vuole il compromesso, la tregua, l'accordo bilaterale, l'accomodamento; è rigidità in quanto risolutezza, coerenza, convinzione.
Il maialino che intanto dà il suo muto benvenuto agli avventori della trattoria è quindi il rigurgito di ciò che non può essere metabolizzato, di ciò che non si è ancora riusciti ad ammorbidire, a plasmare, è la coscienza dell'uomo che di tanto in tanto inciampa o rimane costretta alle corde ed esala questo suo risolino isterico. In esso la società è vittima del suo stesso castigo, della sua stessa punizione, è vittima di ciò che vuol reprimere: la società ride di se stessa.
La società non riesce a prendere sul serio l'animale: ci borbotta attraverso queste immagini alla stessa maniera di come un genitore sta al gioco del figlio e parla al suo orsacchiotto di peluche; l'uso dell'immaginario infantile (cartone animato, fumetto, pupazzo etc.) completa quindi la distorsione del reale sospingendo l'individuo nel suo mondo fantastico di animali sempre liberi e felici. 

Ma ritorniamo al nostro maialino: a guardar bene ha proprio tutte le caratteristiche che convengono al comico: c'è l'elemento umano che, per lo stesso Bergson, è essenziale al comico perchè, secondo il filosofo francese, l'uomo non è solo l'animale che sa ridere ma anche che fa ridere; ritroviamo l'incongruenza (l'animale contento di essere mangiato/che invita il passante a mangiarlo); c'è l'eterogeneità spenceriana per cui nel comico di solito c'è un declassamento, una “caduta”, un “peggioramento” per l'oggetto del comico.
Dov'è il declassamento nel nostro esempio?
Guardiamo bene il nostro maialino: è un maiale che è diventato uomo o un uomo che è diventato un maiale?
Bisogna prestare attenzione al senso (direzione) da conferire all'immagine che abbiamo di fronte: è di notevole importanza!
Il sostrato comico dell'immagine ci suggerisce che certamente abbiamo difronte un uomo che è diventato un maiale: noi rapportiamo l'uomo all'animale.
Ma di che animale si tratta?
Il nostro maialino è un preciso invito pubblicitario a entrare e ad abbuffarsi fino alla nausea, un ammiccare a un'insana lussuria e ingordigia tipicamente umane per cui si dice “ho mangiato come un porco”. Non avrebbe senso intendere l'immagine nel senso opposto.
E' un preciso richiamo all'immagine culturale del maiale come surrogato dei peggiori vizi umani: la lussuria, l'ingordigia, la sregolatezza e promiscuità sessuale, la dissolutezza, l'irriverenza, la trascuratezza igienica; un'esistenza che si accontenta di avere la pancia piena e di stare tranquilla, senza problemi, senza alcuna idea o opinione.
Il maialino di legno, quindi, raffigura in questo caso l'animalesco nell'uomo che, nella nostra cultura, risulta essere un concentrato di qualità negative spesso, però, vaneggiate e ricercate.
Questo tipo di immagini è pericoloso, come lo è il linguaggio in alcuni modi di dire perchè fissano un “significato sovrapposto”, surdeterminano il soggetto, in questo caso il povero maiale, di una serie di connotazioni e giudizi “culturali”.
Nel messaggio pubblicitario occulto all'ingresso della trattoria, che praticamente dice “entra e ti devasteremo nei sensi e nella morale”, il vero maiale non c'entra molto se non, come dicevamo prima, come superficiale e scontata immagine di una vittima contenta e felice di essere mangiata per acquietare un po' i nostri eventuali sensi di colpa.
Il danno vero all'animale, invece, è quel processo surdeterminativo che fissa addosso al maiale l'immagine di complessiva superficialità, indifferenza, stupidità, insensibilità e amoralità che accompagna i peggiori vizi umani.
Comunque sia, siamo difronte a una immagine che rapporta l'uomo all'animale dove quest'ultimo è già in un primo stadio, alienato, trasfigurato e compromesso negativamente. E' in questa fase che nasce il comico come declassamento.
Ma c'è un successivo pericolo, un altro grande danno che queste immagini possono arrecare all'animale.
Come dimostra Brock Bastian (2), bisogna prestare attenzione a comparare uomo e animale poiché la direzione del confronto, come si diceva prima, modifica sensibilmente l'effetto percettivo della similitudine (“the direction of comparison can significantly affects perceptions of similarity”): comparare l'animale all'uomo estende lo stato morale dell'animale riducendo lo specismo e incrementando l'attenzione e l'interesse per l'animale; al contrario, se si invertono i termini e si paragona l'uomo all'animale, come nel nostro caso, viene ridotta la percezione delle qualità morali dell'animale (a maggior ragione se l'animale deve sobbarcarsi l'immoralità umana).
Questo succede perché generalmente la mente umana è considerata più complessa di quella animale (“knowledge of human is more elaborated than other animals”) per semplice riflesso del principio per cui, in un paragone qualsivoglia anche tra umani, ci sarà effetto percettivo positivo se il termine del paragone è l'io (o l'uomo nel caso del confronto tra specie), perchè ovviamente io ho una percezione di me stesso più complessa ed elaborata che dell'altro.
Il confronto animale-uomo (animals-are-human-like) porta quindi ad una più profonda sensibilità per l'animale e a riconoscergli maggiore stato morale e maggiori capacità mentali relative alle sensazioni.
Al contrario il confronto uomo-animale mantiene, scrive Bastian, lo status quo: bisogna quindi paragonare nella direzione giusta.
Il nostro maialino, presentandoci l'uomo come animale e avendo tra l'altro la sventurata caratteristica di essere la proiezione e la summa dei peggiori lati umani, degrada moralmente e intellettualmente l'animale riducendo, tra l'altro, quello che gli studiosi vicino a Bastian chiamano “the meat paradox”, il “paradosso della carne” ossia il fatto che si ama l'animale e nello stesso tempo lo si mangia.(3)
Come dimostrano questi studiosi, infatti, quando noi vediamo qualcuno soffrire e soprattutto ci sentiamo in qualche modo responsabili della sua sofferenza, tendiamo a ridurre la sua moralità e le sue capacità mentali legate al soffrire. 
E' una pratica necessaria, affermano Festinger e Jones nella loro Cognitive Dissonance Theory, che nasce dal malessere che sorge nell'uomo quando convinzioni e pratica si scontrano; egli allora deve risolvere per forza questa situazione antinomica alterando uno dei due elementi.(4) E in effetti la gente non ama mangiare animali che pensano, infatti, spesso gli animali che si reputano “mangiabili” sono considerati poco o per nulla intelligenti.

Quante cose ci ha detto il nostro maialino di legno!
Egli è un conato comico di una società che non riesce a riassorbire e metabolizzare la morte animale; è un riso isterico rivolto a se stessa, a un suo fallimento.
Con il suo autolesionismo (è contento di morire, si caccia e pesca da sé etc.) è specchio della stupidità e dell'auto-distruttività umana che si accontenta di questi “cartoni animati” per mettere in pace la propria coscienza, per giustificare i crimini che l'uomo sta perpetrando a danno di altre specie animali, del pianeta, di se stesso e della sua discendenza.
Ma la sua funzione più pericolosa sta, come abbiamo visto, nella sua natura comparatoria: egli non è semplicemente una presa in giro dell'animale, della sua sofferenza, della sua morte; il danno sarebbe limitato. Ma in maniera molto subdola e occulta va a modificare il nostro percepito del confronto fissando sulla categoria “animale maiale” un surplus di connotazioni tipicamente umane e culturali che comportano un inconsapevole deterioramento se non un totale annientamento della dimensione morale dell'animale riducendolo alla categoria della semplice edibilità.
Lo iato tra edibilità e moralità aumenta sempre più: il maiale che sarà servito nel piatto avrà la stupidità autolesionista, il vuoto emotivo, il disinteresse e la nullità intellettiva, l'insensibilità di chi è pronto ad essere ingozzato fino a perdere i sensi: mettersi a tavola è una grande responsabilità che raramente è concepita come una scelta morale.(5)


Rodrigo Codermatz






(1) HENRI BERGSON, Le rire: essai sur la signification du comique  
(2) B. BASTIAN, K. COSTELLO, S. LOUGHNAN, G. HODSON, When Closing the Human-Animal Divide Expands Moral Concern: the importance of framing, in Social Psychological and Personality Science, (01.11.2011) 
(3) S. LOUGHNAN, N. HASLAM, B. BASTIAN, The role of meat consuption in the denial of moral status and mind to meat animals, in Appetite (2009), Journal homepage www.elsevier.com/locate/appet 55 (2010) 156-159
B. BASTIAN, How we can love some animals and eat others,  in http://theconversation.com/the-meat-paradox (24.03.2011)

(4) B. BRATANOVA, S. LOUHGNAN, B. BASTIAN, The effect of categorization as food on the perceived moral standing of animals, in Appetite Journal homepage www.elsevier.com/locate/appet 57(2011) 193-196
(5) B. BASTIAN, S. LOUGHNAN, N. HASLAM, H. R. M. RADKE, Don't mind Meat? The Denial of mind to Animals Used for Human Consuption, in Personality and Social Psychology Bulletin (6.10.2011)

lunedì 12 gennaio 2015

Giornata Mondiale per l’Abolizione della Carne: intervista a Marco Reggio e Massimo Filippi


Le Settimane Mondiali per l’Abolizione della Carne si svolgono ogni anno nell’ultima settimana di gennaio, maggio e settembre. La prossima si terrà dal 24 al 31 gennaio 2015 e comprenderà la Giornata Mondiale per l’Abolizione della Carne (31 gennaio).
Per l'occasione abbiamo rivolto alcune domande a Marco Reggio e Massimo Filippi, che ringraziamo per averci concesso questa intervista che pubblichiamo. 


Quando parliamo di abolizione della carne ci riferiamo all'abolizione dell'assassinio di animali a scopo alimentare; allora sarebbe forse interessante capire chi sono gli animali, o cos'è un animale, al di là della classica definizione che ne danno i dizionari.

Quando parliamo di contrastare l’uccisione e lo sfruttamento di esseri senzienti per l’alimentazione umana, stiamo parlando di miliardi di individui trasformati in merce. Il loro status politico, ben più importante di qualunque definizione ne possano dare i dizionari o del sapere biologico accumulato su di loro e a loro spese, è definibile da una serie precisa di attributi: sono uccidibili, non possiedono una storia personale (una biografia), sono senza nome, non possono esprimere autonomamente richieste o rivendicazioni. Riassumendo gli “animali da reddito” e, più in generale tutti gli animali non umani, sono materie prime. Poiché però, che noi lo si voglia o meno, gli animali sono esseri senzienti, è certo che se smettessimo di considerarli e trattarli come merci, scopriremmo ben altro su chi realmente siano. Di fatto, l’unica certezza che oggi abbiamo degli animali è che di loro conosciamo poco o nulla. Pertanto, che cosa sia questo “ben altro” ancora oscuro è al momento indefinibile (e, probabilmente, è meglio che resti tale), anche se al proposito potremmo trarre qualche suggerimento dalla convivenza transpecifica che è già in atto tra “noi” e “loro” (pensiamo non solo ai cani e ai gatti che vivono nelle “nostre” case, ma anche ai tanti animali che vivono, seppur tra innumerevoli difficoltà, nelle nostre città, nelle loro vicinanze e nel loro sottosuolo).

L'abolizione della carne lascerebbe comunque aperte altre problematiche relative ad una visione antropocentrica della più ampia questione animale; come si inserisce l'iniziativa in un contesto di visione antispecista della società?

É fondamentale sottolineare che l’abolizione della carne non è sinonimo di abolizione dello specismo o dell’antropocentrismo. La produzione di carne, latte e uova è certamente l’aspetto maggiormente istituzionalizzato e drammatico della questione animale: oltre il 99% degli animali uccisi viene macellato, dopo una vita di inimmaginabili sofferenze, per l’alimentazione umana! Lo sfruttamento, poi, non è l’unico aspetto in cui si esprime l’antropocentrismo. In effetti, la rivendicazione sottesa alla richiesta di abolizione della carne potrebbe essere sostenuta anche da chi assegna un diverso “valore” ai bisogni o agli interessi dei membri di altre specie, ad esempio da uno specista moderato. Tuttavia, è immediatamente evidente che se fosse anche soltanto riconosciuta la plausibilità di tale rivendicazione, gli effetti sui rapporti di potere fra umani e altri animali e sulla solidità del “binarismo di specie” (umano/non umano) sarebbero semplicemente dirompenti.

Economia, morale, religione, politica ... quanto pesano questi fattori nella rivendicazione di un "sistema" che possa immaginare l'abolizione della carne? 

É molto difficile assegnare un “peso specifico” alle istanze che avete enumerato e alle molte altre che avete lasciato inespresse nei puntini di sospensione. Certamente, il fattore economico è importantissimo, dal momento che stiamo parlando di un complesso industriale tentacolare dai fatturati impressionanti e che è fondamentale per alimentare (materialmente e simbolicamente) il sistema capitalista. D’altra parte, tutte le istituzioni sono di fatto schierate a difesa di questo settore dal sapere medico al potere mediatico, dagli enti nazionali e sovranazionali alla legge e al diritto, dalle narrazioni religiose alle ideologie del progresso, ecc.. Tuttavia, la religione gioca oggi – ieri e l’altro ieri probabilmente no – un ruolo meno decisivo dell’economia e della politica istituzionalizzata sulla questione animale: è vero che le religioni più “importanti” non sono mai state dalla nostra parte, ma la loro influenza sociale sembra essere in declino.

Molti, quando parlano di "abolizione della carne", immaginano un parlamento che promulghi una legge che "abolisca" il consumo di carne; è questa una visione corretta del messaggio che l'iniziativa vuole veicolare? In altre parole: l'appello per l'abolizione della carne è rivolto in primis alle istituzioni o all'opinione pubblica?

L’appello è rivolto, oggi, all’opinione pubblica: non tanto nel senso di un cambiamento individuale verso il vegetarismo/veganismo come stile di vita e di consumo o come modalità di boicottaggio del “mondo della carne”, quanto piuttosto come presa di posizione solidale di singolarità sociali che si pensano come parte integrante della “carne del mondo”. In prospettiva, però, l'appello è rivolto alle istituzioni affinché recepiscano questa richiesta di cambiamento che parte da settori sempre più ampi della popolazione. Certo, quando questo accadrà, le istituzioni stesse cambieranno volto, saranno irriconoscibili, ammesso che di istituzioni si potrà ancora parlare.

La filosofia ci permette di immaginare qualsiasi cosa, possiamo teorizzare qualsiasi "sistema" ma poi, come ben sappiamo, dobbiamo fare i conti con una realtà e uno stato di cose tristemente diversi: quanto c'è di "reale" nella richiesta di abolizione della carne?

A prima vista questa richiesta può apparire utopica; al tempo stesso, però, come abbiamo detto, è anche molto limitata e circoscritta. Quindi tale richiesta va presa alla lettera, anche se i tempi del suo accoglimento e della sua realizzazione potranno essere lunghi. Ma si pensi ai tempi che sono stati necessari e che sono ancora necessari per l’abolizione della schiavitù o l’emancipazione delle donne, dei gay, delle lesbiche e dei queer o per la libera circolazione degli umani che sono classificati come “migranti da respingere”. Questo per dire che il fatto che i tempi saranno lunghi non significa che non si debba rivendicare con chiarezza e interamente ciò che si ritiene giusto. Tornando agli animali non umani: se non siamo noi –attivist* per la liberazione animale – a richiedere con decisione che le loro carni non diventino carne, chi potrà farlo in nostra vece? Come possiamo essere presi sul serio se non chiediamo senza giri di parole la chiusura degli allevamenti e dei macelli? Tra l’altro, l’idea che le richieste “forti” siano utopiche e quindi sogni da “anime belle” è parte della stessa cultura che ha fatto dello smembramento dei corpi il suo emblema. Non molti anni fa, nel maggio ’68, sui muri di Parigi si poteva leggere: «Siamo realisti: chiediamo l’impossibile!». Ecco, l’abolizione della carne è anche il rifiuto di un certo modo di pensare il realismo come calcolo opportunistico e meschino e non come gioioso proliferare di ciò che avrebbe potuto essere e che solo la violenza e il dominio hanno relegato nella sfera dell’inimmaginabile.


Volendo per un attimo immaginare un luogo ipotetico su questo pianeta in cui venga realmente vietato il consumo della carne, con quali strumenti sarebbe fatto rispettare un simile divieto? 

Purtroppo, oggi verrebbe fatto rispettare con gli stessi strumenti con cui vengono fatti rispettare tutti i divieti. Certo, questo non ci piace, ma la vostra domanda, un po’ in stile “scialuppa di salvataggio” ed “esperimento mentale”, detta già la risposta. Non esisterà mai un’isola “felice” isolata dal resto del pianeta, come non è pensabile il persistere del Diritto e della Legge così come si danno attualmente, una volta che la carne verrà abolita. Detto altrimenti e per usare una metafora, non dobbiamo più pensare in maniera meccanica (succede questo, quindi devo fare quest’altro e quindi accade quest’altro ancora, ecc.), ma in maniera frattale (succede qualcosa che fa emergere proprietà del sistema di cui poco prima non potevamo neppure sospettare l’esistenza e che lo modificano tramite complessi sistemi di feedback, di “effetti farfalla”, di “emergenze” e di “catastrofi”). Forse, bisognerebbe tornare alla visionarietà del realismo dell’immaginazione di cui si diceva: oggi elaboriamo una critica serrata dello stato di cose esistente, inneschiamo i processi di cambiamento e vediamo che cosa succederà domani. Certo mantenendo alta l’attenzione e il dissenso, ma senza pensare di essere le avan-guardie di un mondo che vorremmo fatto a nostra immagine e somiglianza. 

L'abolizione della carne potrebbe essere considerata una rivendicazione "politica", ma quale politica immaginiamo quando poniamo questa richiesta? La politica come la conosciamo oggi non prenderà mai in considerazione questa possibilità: abbiamo quindi bisogno di una diversa politica? E se si, quale?

Certamente, abbiamo bisogno di un’altra politica, di una politica di ampio respiro. Da una parte, c’è bisogno di coraggio, cioè di persone che sostengano rivendicazioni dettate dalla giustizia sociale e che si muovano verso un’uguaglianza che superi i confini di specie, anche se ciò significa necessariamente la rinuncia ai molti privilegi che l’umano si è auto-assegnato. Questo vale, come è ovvio, anche per altre grandi questioni: quella dei migranti, per esempio. D’altra parte, c’è bisogno di sentire una vicinanza di condizione con gli “animali da reddito”: chi, umano, è escluso dalle scelte politiche ed economiche è sfruttato e reso invisibile; per certi versi, ha molto più in comune con gli animali che non con i membri “che contano” della sua stessa specie. Di quale politica abbiamo bisogno, allora? Di una politica che, come direbbe Jacques Rancière, sia capace di scompaginare le classificazioni che la polizia vede come naturali, di una politica capace di far sì che umani e animali possano continuamente cambiare di posto.

Alcuni pensano che la scelta di non uccidere gli animali per l'alimentazione debba scaturire da una libera presa di coscienza, forse dimenticando che nessuno si immaginerebbe di legalizzare l'omicidio. Cosa rispondereste a queste persone?

Che nessuno si dovrebbe sognare di legalizzare l’omicidio! Detto questo, è anche importante che ci siano sempre più “libere prese di coscienza”. Tuttavia, l’idea che la messa in crisi della legittimità di una vera e propria strage, immensa e quotidiana, possa essere demandata interamente al “buon cuore” dei singoli è qualcosa di davvero fuorviante. Di fatto, nessuno farebbe un discorso del genere se si stesse parlando di genocidi, stragi, omicidi, femminicidi, stupri, pedofilia, ecc. Spesso si pensa all’abolizionismo come a una forma di proibizionismo: ti impedisco di fare questa cosa perché fa male a te. Ma qui non stiamo parlando dell’insalubrità della la carne per il consumatore, bensì della morte e della sofferenza degli altri, di quegli altri che vengono messi al mondo, controllati a vista, ingrassati a forza e caricati a botte sui camion della morte per essere condotti al mattatoio – unico momento in cui viene permesso loro di uscire  dalle gabbie – e diventare quello che sono sempre stati: carne macellabile.

Molti ritengono strategicamente sbagliato utilizzare la parola "abolizione" - forse per la paura di non essere compresi, di non riuscire a "portare a casa" piccole (e purtroppo spesso ingannevoli) vittorie nell'immediato; perché, in controtendenza, avete scelto di utilizzarla?


Questo termine e questa strategia non intendono certo “bloccare” chi vuole adottare, a fianco di rivendicazioni più chiare, anche la cosiddetta “politica dei piccoli passi”. Quello che crediamo sia importante è che si dica apertamente che vogliamo che allevamenti e mattatoi siano chiusi, e non ampliati, abbelliti o resi “più umani”. D’altra parte, parlare di “abolizione” è ancora insufficiente, se pensiamo che quello che vorremo – e che vogliamo veramente – è la liberazione del vivente. Anche in questo caso, però, abolizione e liberazione non si escludono a vicenda.

Marco Reggio -  attivista antispecista, componente dell’associazione «Oltre la Specie» e membro della redazione di «Liberazioni. Rivista di critica antispecista».


Massimo Filippi - professore di neurologia presso l’Università “Vita e Salute” di Milano, si occupa da anni della questione animale da un punto di vista filosofico e politico. È socio fondatore dell’associazione «Oltre la Specie» e membro della redazione di «Liberazioni. Rivista di critica antispecista».



Vegan Apple Crumble




Un dolce tipico inglese, rivisitato in chiave 100% vegan: Apple Crumble!

Ingredienti:
1 kg di Mele Golden o renette
70 grammi di zucchero di canna
1 cucchiaino di cannella
il succo di mezzo limone
20 grammi di burro vegetale

Per la copertura:
180 grammi di farina 0
120 grammi di burro vegetale
120 grammi di zucchero di canna
mezza bacca di vaniglia
la scorza grattugiata di 1 limone

Iniziamo pelando le mele e privandole del torsolo; le tagliamo a cubetti di medie dimensioni.
Facciamo sciogliere il burro assieme allo zucchero di canna in un tegame antiaderente, facendo caramellare leggermente lo zucchero.
Uniamo i cubetti di mela e il succo di mezzo limone, assieme al cucchiaino di cannella e ai semi della mezza bacca di vaniglia. 

Mescoliamo il tutto e facciamo cuocere per una manciata di minuti, fino ad ottenere una cottura morbida che, allo stesso tempo, non sfaldi troppo i cubetti di mela. 

Mentre le mele raffreddano procediamo con la preparazione della copertura: uniamo in un contenitore capiente farina, zucchero di canna, la scorza grattugiata di un limone e il burro vegetale. Iniziamo a lavorare il tutto con le dita e in maniera veloce,per evitare che il burro si surriscaldi troppo, sciogliendosi. Dovremo ottenere una copertura "briciolosa".

Imburriamo delle piccole teglie di ceramica da forno e adagiamoci uno strato di mele, per poi ricoprire il tutto con la copertura.
Inforniamo a 180°C per circa 35/40 minuti: il crumble sarà pronto quando la copertura risulterà dorata e croccante. 

Serviremo il nostro apple crumble ancora caldo, guarnendolo con del gelato di soia alla vaniglia (o, in alternativa, con della panna vegetale).